A one man showdown teach us how to fail
Qualche giorno fa tornavo dalla pausa pranzo sulla mia irriducibile Vespa. Dietro portavo meco il collega che ha avuto la pazienza di fare entrare nel mio testone i rudimenti di oscure pratiche che hanno a che fare col mio lavoro. Parentesi: quando qualcuno mi chiede del mio lavoro ho sempre dei problemi a descriverlo.
Pioveva forte e non disponendo del pratico parabrezza, ché la linea giovane del mezzo ne risente, si avanzava cauti fra gelidi goccioloni di nevischio, masticando fantasiose imprecazioni a denti stretti.
A poca distanza dalla meta, il fato o chi per esso aveva piazzato un'infida curva dotata di infido avvallamento dell'asfalto. Ricordiamo inoltre che chi per esso aveva anche predisposto un'infida condizione meteo, talmente infida che gli esperti del settore l'avevano etichettata addirittura col nome di questo blog.
E' stato un attimo, le ridicole gomme in dotazione al mezzo di Pontedera hanno perso aderenza, un po' come la Ducati di Stooner (con una differenza di circa 200 chilometri orari) e mi sono ritrovato per terra. Con gli 80 chili di Vespa oltre a quelli non verificati del mio - fortunatamente smilzo - collega-maestro addosso.
Il tempo di lanciare un paio di sacramenti d'ordinanza, assicurarsi che il socio e il mezzo fossero a posto, ci siamo rimessi in carreggiata per arrivare umidi e indolenziti sul posto di lavoro.
Ora, non e' la prima volta che faccio dei ruzzoloni da un qualunque mezzo dotato di due ruote. Me la sono sempre cavata senza troppi danni, altrimenti non sarei qua a scriverne.
Su questa ultima caduta ho riflettuto un po', non tanto per le trascurabili conseguenze, quanto per il pensiero fulmineo che mi ha attraversato il lobo temporale nell'attimo in cui ho avuto la consapevolezza di perdere il controllo del mezzo, di finire insomma col culo o altre parti non meglio predisposte per terra.
[continua? boh]

