intervallo
il racconto scritto con Tal e che ha partecipato all'iniziativa di Remo. Gli altri racconti - oltre a qualche cenno sugli autori che per tutta la durata del "concorso" sono rimasti anonimi e al metodo di lavoro adottato - sono qua.
Il sole era basso, dietro il bosco.
Per questo non aveva visto subito l’auto parcheggiata in fondo al cortile.
Non aspettava visite a quell’ora. Non ne aspettava quasi mai: la posta gli arrivava ancora in città e chi altro poteva capitare lì, se non sbagliando strada in cerca di un’altra casa?
Era una di quelle nuove macchinette giapponesi tutte curve, pulitissima ma con una lieve ammaccatura sul paraurti.
“Che cazzata i paraurti in tinta...” riuscì a realizzare prima di chiedersi chi – e dove – fosse il proprietario. Non c’era nessuno in giro per l’aia. Neanche sotto il portico o in giardino.
“Gente di città che viene a farsi una passeggiata o a raccogliere due more fregandosene della proprietà privata.” - Sentenziò mentre cercava la chiave giusta. Quando finalmente la trovò, si accorse che l’amaca in giardino stava dondolando lievemente.
Non tirava una bava d’aria.
Estrasse dalla tasca la piccola roncola che teneva sempre addosso quando stava nei campi.
Aprì la lama a serramanico, poi la porta. In corridoio, nessuno. Lo stesso nel tinello e in bagno. Si avvicinò lentamente alla prima camera, fece per aprire la porta: era chiusa a chiave.
Andò verso l’altra stanza da letto. Quando la vide, sdraiata su un fianco, si appoggiò allo stipite della porta per osservarla.
In casa regnava un silenzio innaturale eppure rassicurante.
Finalmente lei si girò.
“Ah, sei arrivato. Ho aspettato fuori, ma non arrivavi più. Poi mi sono ricordata di avere le chiavi... ero venuta qua apposta.”
“Solo per quello?”
“No, dai. Son passata a salutare. Di nuovo, di persona... più che altro.”
Si alzò da letto e andarono in cucina. Lei si sedette sull’unico divano, un residuato bellico dalle molle cigolanti e i cuscini di pietra che lui aveva sempre chiamato la tomana. Lei lo prendeva in giro ogni volta che sentiva quella storpiatura.
“Ti va un caffè?”
“L’ho già preso, non farlo solo per me.”
“Non lo faccio solo per te. Lo prendo anch'io.”
Mentre preparava il caffè parlarono del caldo estivo, del fatto che in compenso lì si dormiva bene. La radio, unica concessione alla modernità nella stanza, trasmetteva in sottofondo le informazioni sul traffico, snocciolando gli stessi nomi di posti da trent’anni a questa parte.
Quando il caffè venne su, andarono in giardino. Si sedettero sul dondolo, senza avvicinarsi troppo l'uno all’altra.
“Carina la macchina. Cosa pensi di farne, prossimamente?”
“É affittata. Sono riuscita a vendere la mia, ma in questi giorni mi serviva. Il noleggio non è caro...poi è comodissimo perché la si lascia proprio in aeroporto.”
“Allora hai deciso proprio?”
“Si. Ho deciso proprio.”
Le guardò le mani e non riuscì a reprimere un gemito di sconforto.
Lei sorrise, mostrando denti bianchissimi e perfetti. Piccole perle che una volta ridevano solo per lui e ora ridevano di lui. Si sentì improvvisamente solo e dimenticato, proprio come una vecchia tomana rivestita di chintz.
“Che succede, piangi?!”- chiese lei, scostandosi i capelli dal viso.
“Sei matta? Non piango mai, io. E se anche lo facessi...”
“...lo faresti solo per un grave motivo. Lo so. Ti conosco, sai?”
“Mh. Cazzate.”
Lei si irrigidì.
“Dico sempre cazzate, vero?”-si alzò dal dondolo, lasciando che una traccia di profumo lo schiaffeggiasse.
“Proprio non valgo niente, eh? Ti ho talmente deluso che fai lo stronzo anche prima di dirmi addio.”
Lui rimase immobile, di ghiaccio. I piedi puntati a terra, le scarpe sporche di orto e pomodori maturi e un imprevisto peso addosso, troppo grande per staccarsi dal tessuto sintetico che rivestiva il cuscino.
“Ok. Io vado. Ti chiamo quando arrivo, se t’interessa.”
“Resta.”
Lei si voltò di scatto e la luce da animale ferito che Ennio aveva visto mille volte comparve nei suoi occhi.
“Che cosa?”
“Rimani.” - rispose con gli occhi fissi al terreno -“Ti devo parlare.”
Lei esplose in una risata amara.
“Ne hai avuto di tempo per parlarmi, non credi?! Mi hai tormentato per anni e ora che finalmente ho deciso di andarmene e costruirmi una vita all'estero...ti metti a miagolare rimani?”
Ennio si mosse lentamente, le mani gli tremavano appena.
“Amelia, rimani. Devo chiederti scusa, prima di andarmene.”
Amelia deglutì: una sensazione di gelo cominciò a salirle verso la gola e sentì le gambe allontanarsi.
“Andartene dove?! IO me ne sto andando, cosa stai dicendo?!”
“Dai, che l'hai capito. Altrimenti perché vendere tutto e rintanarmi in campagna per fare questa vita?”
Lei strinse i denti. Non voleva capire.
“Non fare quella faccia. Lo sai che certe cose non si possono cambiare... Nanina, non fare così. Vieni a sederti.”
Amelia si risedette al suo fianco, tutto a un tratto mansueta.
Quando lui le disse “Andrà tutto bene, l'affronteremo” un buco nero inghiottì il suo cuore e una mano gelida le strinse le viscere.
“Ma da quando? E dove? E ti prego, dimmi perché non l'hai detto a nessuno!”- le lacrime le rigarono il volto portandosi giù il mascara.
Ennio sorrise: per qualche istante si lasciò invadere dai ricordi.
Amelia che canta sull’altalena appesa all’albicocco. Amelia che non torna a casa quella sera, la prima di tante. Amelia che si fa tatuare un angelo sul culo e si comporta come un demonio.
Amelia che dorme. La coperta fino agli occhi, perché ha paura del buio.
L’uomo per un attimo pensò di scorgerlo davvero il buio, ma una brezza fresca si levò e lo soffiò via: Amelia era ancora lì, seduta vicino al tronco di un albero. Proprio quella pianta di albicocche – tagliata perché ormai inutile – che tanto l’aveva sostenuta e che ora non avrebbe più potuto farlo.
La prese tra le braccia e iniziò a cullarla dolcemente, fino a sentire il battito di Amelia farsi un'unica cosa col suo.
“Non è questo, comunque, quello di cui ti volevo parlare.”
“C'è dell'altro?”
“Sì. Ti voglio bene, Nanina. Scusa, se te l'ho detto troppo poco.”
“Sono tutte cazzate, papà”.
