É come l'inizio di Psycho: un lungo piano sequenza sulla città, con l'obiettivo che arriva dentro una camera di albergo passando dalla finestra.
Solo che non é un albergo questo. E nessuno deve morire pugnalato mentre fa la doccia.
Dentro ci sono un uomo e una donna. Sdraiati sul letto. Il loro rapporto non é clandestino; tutt'altro.
Lui a breve deve andare a lavoro, come nel film. Finiscono qua le analogie col capolavoro di Hitchcock.
- Ehi, ti puzza la testa di salsiccia!
(Lui ha mangiato salsiccia. L'ha cotta personalmente - assicurandosi di girarla più e più volte con una specie di forchettone - su una pesante bistecchiera di ghisa. Sa che quelle di alluminio non cuociono altrettanto bene. Brandendo il forchettone, veniva rapito dall'estasi per la scatola parlante che trasmetteva aspiranti milionari seduti su un trespolo - come il pappagallo di Portobello, ma più loquaci - e ha fatto gocciolare olio salsiccioso ovunque. Sa che non deve farlo più. Ora sa anche che il suo capo - non quello in ufficio, ma la protuberanza sghemba posta sopra il collo - ha assorbito gli inesorabili afrori della cottura. Una cacchio di pettina gusto barbecue.)
- E allora scendi da qua sopra ché mi pungi. Sembra che c'hai una paglietta per raschiare i piatti sulle gambe.
(Lei gli sta sopra, ancora ride perché lui ha osservato quanto romanticismo, ma che dico romanticismo, quanta passione ci sia nella sua precedente affermazione. Quella sulla salsiccia, sulla testa, presente, no? Ride ancora più, nonostante siano state messe in discussione in un colpo solo la sua carica sexy e le capacità depilatorie acquisite in anni di pratica.)
Non si sa cosa succede dopo. Né cosa succederà dopo dopo.
I thriller, come Psycho, non si mai come possono andare a finire. E neanche i puzzle. Per fortuna.
