29 marzo 2007

d.p.d.p.d.p. parte 2 (ovvero póg mo thóin)

Nel posto che lavoro c’è un bagno che a cadenza irregolare fa partire da solo lo sciacquone. È cosí dalla prima volta che sono capitato qua. Era il 2000.
Un mio collega durante una cacata particolarmente ispirata ha fatto un rapido calcolo (di cui purtroppo non ricordo il risultato finale) per stabilire quanta acqua in un anno viene buttata letteralmente – è il caso di dirlo – nel cesso. Hai voglia a fare le giornate mondiali dell’acqua.

Nel posto che lavoro il cliente pensa che sia suo diritto acquisito telefonarmi (svegliarmi) per segnalarmi una qualunque del suo campionario di cazzate alle sette di mattina. Ritiene allo stesso modo che sia normale chiamarmi alle sette – ma di sera – per tempestarmi lo scroto con qualcuno dei suoi capricci di customer not satisfied. Che siano capricci io lo posso presumere solamente perché non gli rispondo, schiaccio il tasto "muto" sul cellulare aziendale, la vera innovazione dei cellulari di ultima generazione altro che fotocamera o gps, e riprendo a biascicare dixi san carlo davanti al concorrente del milionario tifando per lui o alle volte per la domanda. Quasi mai per Jerry Scotti.

Nel posto che lavoro si organizza la partita di calcetto e questa è una cosa buona. Peró un’ora – a pagamento per di piú – nell’economia di cinque giorni lavorativi è in effetti un po’ poco.

Nel posto che lavoro io, non ci vorrei stare, ma mi ci hanno messo e me l’hanno fatto pure passare per una occasione positiva e propizia, per cosa non l'ho ancora capito. Non faccio troppo casino perché l’accredito sul conto corrente a fine mese puó venire utile, ma poi penso che alla fin fine se rimango qua non è che me la passo troppo bene, che insomma, si lavora per vivere, mica il contrario.

Nel posto che lavoro io, ho chiesto di andarmene in un altro, piú vicino, dove fanno suppergiú le stesse cose, almeno per un po’. Ma il capo - uno dei tanti nella dantesca piramide aziendale - dice vediamo - lo teniamo in considerazione - forse - ci risentiamo. Infine pare proprio che no, non c’è verso.

E io sono sempre lontano dal mio amore (sempre solo per quei cinque giorni lavorativi di cui sopra. Lontano solo a livello chilometrico. Ma i chilometri - il sistema metrico decimale la pensi come vuole - pesano).


I just want to catch you if I can
I just want to be there
When the morning light explodes
On your face it radiates
I can't escape
I love you 'till the end
(proprio loro
)

del perche' del post di prima (cioe' d.p.d.p.d.p.)

Nel posto in cui lavoro (da ora in cui è che) c’è un pullman che fa il servizio navetta per i turnisti: i turni sono su 24 ore e il posto non è quello che si definisce centralissimo. L’autobus è di una compagnia privata, la Caronte e ogni volta che vedo le facce della gente che scende, un attimo prima di strofinare il badge nell'apposito strofinatore di tessere magnetiche, non riesco a far meno di pensare che un nome piú stronzo e azzeccato non lo potevano certo scegliere.


Nel posto che lavoro mi capita di sentire tizi il cui idioma mi è pressoché incomprensibile. Essi arrivano dal sud Italia o da altri siti ancora piú remoti, forse sono giunti fino a qua tramite uno stargate, anche se la loro macchina è targata AO o BZ e hanno un mutuo ventennale per un tre locali con vista sulla tangenziale est. Il loro modo di interloquire prevede un tono di voce altissimo che comunque non aiuta la (mia) comprensione, a parte le parolacce, quelle si capiscono sempre. Altri arrivano da lande desolate denominate genericamente Brianza o Lodigiano e cercano di distinguersi dagli altri facendo allusioni alla Padania o ad altre tematiche pregne di spessore socioculturale (l'Inter, la figa), ma sempre parlando fortissimo. Nel posto che lavoro sembra di essere sulla Torre di Babele: un merdoso work in progress a volume da bega condominiale.

Mi capita altresí di avere a che fare con un altro genere di tizi: l’occasione in questi casi è una riunione piú o meno formale. Essi vivono parlano un italiano privo di inflessioni dialettali, impeccabile come i gessati e le cravatte che indossano, anzi fanno sfoggio di almeno un paio di termini in inglese in ogni frase. Parole insulse come trend, know-how, kick-off, roll-out, team leader e altre amenitá del genere. Questi personaggi mi risultano alle volte ancora piú ostici, ovvero meno intellegibili, dei primi.

Quando finiscono queste riunioni (meeting) io do di gomito al mio socio e il dialogo che segue è su questa riga.

- chi erano questi?

- Dei consulenti. Almeno, credo.

- E perché sono qua?

- Non lo so.

- Ah.

-

- Non è che sono qua per X (1)?

- Puó essere.

- Giá.

-

- C’hai capito qualcosa di cosa dobbiamo fare noi ora?

- Bisogna aspettare.

- Aspettare che?

- La mail. Prima o poi mandano una email dove spiegano tutto.

- E non potevano fare subito la email, senza tutta questa farsa?

-

(1) dove X sta per un progetto banale o un' attivitá inutile, o entrambe le cose. Nel peggiore dei casi un'idea strapagata volta a peggiorare - se possibile - lo stato delle cose.


[continua. Mah.]

28 marzo 2007

constatazioni (amichevoli?)

(vignetta di Andrea Pazienza)

22 marzo 2007

gente strana, episodio 2

vagando per i soliti quattro blog che visito regolarmente mi sono imbattuto in un termine che ho gia' incontrato, ma di cui non conoscevo esattamente l'origine.

I provvidenziali google e wikipedia mi hanno condotto ad alcune pagine chiarificatrici. Poi si sa come va a finire: la noia imperversa, la relazione su word aspetta paziente in background e un link tira l'altro.
E allora sono finito dal termine originale, alla sua traduzione fedele in italiano e poi in un turbinio di click impazziti sono arrivato a questo personaggio, gia' di per se interessante, che proprio grazie all'applicazione pratica del termine ricercato, fece una scoperta che diede una scossa agli anni '60.

E da li il passo e' breve per giungere infine a quest'altra sagoma, la cui vita potrebbe essere benissimo ripresa per un film (ammesso che non ci sia gia'), come lo era stata quella di Finisterre di cui si parlo qua qualche post fa.

leggetene e viaggiatene tutti.

20 marzo 2007

sco|ra|mén|to

Il De Mauro la definisce cosi': quella sensazione per certi tratti simile allo scoglionamento - di cui condivide la prima sillaba - che improvvisamente e inspiegabilmente, ma anche no, coglie buona parte dell'umanita'.

Tondelli lo nominava in qualche suo libro e, ignorandone il significato, pensavo che quelli di Feltrinelli si fossero sbagliati. Un po' come quando da bambino mi capitava di leggere i titoli dei film a luci ro55e sul quotidiano cittadino (ho sempre dato un certo peso all'informazione) e pensavo che volessero scrivere organismi. Eh si, organismi, come quelli unicellulari che studio a scienze.

Altri prima di lui ne avevano parlato, magari chiamandolo in un altro modo.

Si pensi allo spleen di Baudelaire, uno dei piu' inflazionati dai giovani darkettoni col male di vivere della blogosfera, specie la sponda italica di Splinder. Sara' per l'assonanza.

O ancora prima, i dolori dei Werter o degli Ortis, tutta gente che non aveva nulla di meglio di farsi del sangue marcio, e farselo uscire pure dal corpo, su argomenti trascurabili come la patria o la passione per certe tizie, che detto fra noi non erano neanche 'sto granche'.

Ma io credo che sia stato provato gia' da quel tizio con la foglia di fico piazzata dove non splende il sole (e si' che prima splendeva pure li') quando il progettista lo mise in piedi con uno scaracchio (e quello avra' pensato "iniziamo bene") o quando il progettista gli mise a fianco la donna cavandogli tra l'altro una costola (toh, chi si rivede: le care vecchie leggende metropolitane) o infine quando - sempre il progettista, non e' che ci fosse tutta questa gente in giro in quel periodo- decise di mandarli fuori, il tizio e la donna, dal suo laboratorio felice con infelici calci nel retrofoglia di fico.

Ne hanno parlato in tanti, dalla notte dei tempi a oggi, perche' ne dovrei parlare anche io?

(e a chi giova? ma soprattutto, a chi frega?)


ps: ma poi basta una telefonata per farselo passare questo scoramento. E anche abbassare la finestra di firefox e vedere il nuovo sfondo tutelare aiuta, oh si che aiuta.

13 marzo 2007

new label: recensioni che non arrivano

prima o poi riusciro' a scrivere qualcosa di degno (o pregno?) sui libri di Remo Bassini. Dico, prima o poi.
Il primo mi e' stato gentilmente spedito da lui in persona (e ammetto che fa un certo effetto ricevere la busta intestata di un quotidiano, e si che io con le buste dovrei avere una certa confidenza) confermandomi l'impressione - buona - che mi son fatto frequentando il suo spazio in rete, piu' il bancone di un bar accogliente che un blog, piu' il corso centrale di una citta' di provincia che un caffe' letterario radical-chic, il secondo ordinato e acquistato nella mia nuova libreria di fiducia.

L'avevo fatto per d., non vedo perche' non riesca a farlo per un suo quasi conterraneo.

Intanto si sappia che a me sono garbati entrambi, ma che l'ultimo (solo per il momento: presto dovrebbe uscire il quarto romanzo dello scrittore/giornalista tosco-piemontese) e' piu' attuale e accattivante (nel senso migliore di questo abusato termine), specie alla luce delle ultimissime vicende accadute nell'italico stivale.

12 marzo 2007

NON ARRIVA IL FOGLIO! (con altri 3 o 4 punti esclamativi)

non hanno mica fatto una bella mossa quelli la'

dico, quelli la' che hanno tagliato tutti quei lucchetti, che molti saranno pure finiti in acqua (i lucchetti, non gli autori del gesto) a ricongiungersi con le chiavi, scagliate come coreografica conclusione del rito *quasi* sciamanico dai lettori di quel libro che non cito per evitare visite e referrers sgraditi (1).
Si faceva prima a far fuori direttamente il lampione. Con un buon flessibile non ci vuol mica tanto. Certo, fa un po' di casino, ma vuoi mettere la soddisfazione?

(mi dicono che c'e' anche un film con quel titolo. Che non cito per le ragioni sopra esposte, ma pare che anche l'acronimo sia una potenziale e pericolosa chiave di ricerca che puo' permettere ad orridi global teens di raggiungere questi lidi (2). In fondo la prima posizione nel mio shinystat in questi ultimi tempi e' occupata da "foto ale55io e raffae11o" e non sono ancora riuscito a capire da quale terribile format televisivo siano saltati - a passi di danza? - fuori.)


(1) Odio, di un odio annoiato ma tenace - con una percentuale che oscilla fra l'80 e il 90% - chi giunge qua tramite google. Matematico.

(2) Odio anche gli adolescenti e non venitemi a dire che lo sono stato anche io. Vi risponderei che si, tutto vero, infatti li (mi) odiavo anche allora.

07 marzo 2007

una mano di (grigio) bianco

e' ora di uscire.
si vede che oggi non ho concluso gnente?
(quando mai, si potrebbe aggiungere)

05 marzo 2007

gente strana

Oggi alla radio ho sentito questa notizia.
A lavoro ho cercato meglio sull'internet, dove dicono si trova di tutto. E infatti ho trovato.
Visto che Google ha funzionalita' per tutti i gusti e ci ha anche la ricerca sui blog, allora ho fatto copia e incolla della stringa e anche li' sono venuti fuori dei siti - che appunto sono dei blog - che ne parlavano.
Li' per li' ci sono rimasto male. Sanno sempre tutto questi. E sempre prima di me.

Ma poi ho visto che molti si sono limitati a fare un copia e incolla (anche loro) di quello che hanno trovato su Wikipedia (che e' la versione moderna dell'enciclopedia Motta che avevo in sala sopra il vecchio tv-color Philips - che ora ha dei colori vagamente virati al seppia, ma non schiatta mai - e che andavo a consultare per le ricerche a scuola o ci cercavo il significato - o etimologia - delle parolacce che non conoscevo. E anche di etimologia) o sulla pagina di Repubblica.
In pratica hanno scopiazzato piu' o meno l'articolo di Gaia Giuliani, come quando alle medie prendevi spunto dal libro dei temi o dai bignami e alla fine il protocollo pareva un'imbarazzante copia in corsivo del bigino divaricato su quelle due facciate.

Il fatto che abbia inventato il biliardino (o calciobalilla, se preferite la versiona da figlio della lupa) e' gia' di per se' una cosa pregna di romanticherie nazional-popolari, roba da proletariato suburbano, con tutto l'armamentario di oratori e vacanze stanziali al mare, che in questo nuovo millenio difficilmente avra' una valenza paragonabile a quella che ha avuto nella seconda meta' del secolo scorso, con relativo spalancamento di mumble-mumble e amarcord dalla portata devastante.
Poi si legge come e' nato - il biliardino intendo, non lui - in che occasione, con quale intento. E come si e' sviluppata questa storia, con la perdita dei disegni sui Pirenei durante un temporale, mentre sta scappando dalla Spagna franchista.
E gia' ci sarebbero le premesse per un film, il potenziale per una sceneggiatura pirotecnica.

Poi si resetta tutto, lo storyboard s'ha da riscrivere, si straccia increduli, quando si legge che lui, Alejandro Finisterre, non era poi tanto fiero di questa invenzione (che ebbe successo solo una volta finita la Grande Guerra). Ne parlava malvolentieri, perche' era un tipo schivo, o forse perche' era passato troppo tempo e le ferite del passato non erano ancora chiuse. O magari - piu' semplicemente - preferiva solo farsi ricordare per altre cose.

Tipo che nella vita fece di tutto e di piu', che fu una specie di rivoluzionario che appoggio' la lotta contro Franco ed era in buona col Che, esule in centramerica e dirottatore di aereo ante-litteram, poeta-filosofofo ed editore di Leòn Felipe, operaio edile e ballerino di tip-tap scritturato da una famosa compagnia. Basta?

Ora, io volevo scrivere un post sul biliardino, calcioballilla o calcetto (da non confondersi con la variante impiegatizia e zippata del calcio vero). Perche' ne ho visto uno qualche giorno fa, mentre scorazzavo leggero per un centro commerciale con la mia signora. Coincidenze si direbbe.
Ma e' venuta fuori sta roba qui. Non so se e' un bene o un male: e' venuta cosi' e cosi' rimane.

altri post su altri blog: 1, 2 e 3