27 luglio 2006

Pillole di sudore (2/2)

Quando il ventilatore é in modalitá di rotazione, e con rotazione intendo non quella delle pale, ma di tutto il capocchione, ho sempre l’impressione di non essere in linea con la bisettrice del suo angolo di copertura. Sará il caldo che porta ad estremismi del mio giá patologico approccio con le cose, ma mi ritrovo a fare continui spostamenti millimetrici della sua base per trovarmi proprio al centro del suo raggio d’azione, sicuro comunque che il suo movimento irregolare e imprevedibile contribuirá a far scemare drasticamente le giá aleatorie possibilitá di trarre giovamento (godimento) dagli effimeri spazzolamenti di aria calda intorno al mio corpo.

Quando la spazzolata arriva, per un attimo, un attimo solo, c’é l’impressione che il dado da brodo sublimato intorno alla mia persona scompaia, ma – come detto – é solo un attimo, l’effimera illusione che la maccaia mi abbia abbandonato.
Dopo qualche frazione di secondo un nuovo cubo di aria calda subentra al precedente e mi dá di gomito presentandosi: Salve, sono il suo nuovo blocco di aria caldaumida, fra poco ci lasceremo, ma é stato un piacere. Per me, intendo.

D’altro canto lasciare fisso il capocchione rotante é considerato dai piú un gesto irresponsabile che porta a vetrificazioni dell’apparato respiratorio e fastidiosi blocchi di tutte le articolazioni al risveglio, anche quelle che non sapevi di avere.

Per cui, essendo irresponsabile, sollevo un cilindretto di plastica per arrestare il movimento ondulatorio del ventilatore e me lo punto nella regione che Andrea Pazienza chiamava plesso solare. Forse la chiamava cosí perché si chiama cosí. Facciamo sullo sterno allora.
Dopo un po’ peró avverto delle anticipazioni su quanto hanno considerato i piú di prima e tiro su il lenzuolo, fino ad allora lasciato ai piedi del letto.
Il problema é che col lenzuolo addosso, inizio a sudare e vanifico l’effetto illusorio del ventilatore, puntato sul torace con precisione da tiratore scelto.

Mi rialzo, spengo il ventilatore e decido che potrebbe andare peggio.

Torno in cucina, apro il frigo e nella luce soffusa che proviene dall’elettrodomestico incassato, ho come l'impressione che la testa di quel signore di Lotta Comunista che mi ha suonato alla porta ieri mattina mi faccia l'occhiolino per confermarmi che si, potrebbe andare peggio.

Questo caldo, dicono che faccia impazzire. Secondo me non fa dormire, tutto qua.

Pillole di sudore (1/2)

Ovvero: del ventilatore e di altre nefandezze estive

Sono le due di una notte torrida.
La mia metá – dolce ma dissipatrice di calore quasi quanto me – sta dormendo incurante del mio dramma.
Mi alzo, accendo il ventilatore e torno a letto. Mi rialzo e lo spengo. Torno a letto per poi alzarmi definitivamente.
Apro il frigo e tracanno mezzo litro d’acqua pensando che forse é meglio una rapida congestione che un lento sfinimento, che una veglia sulla graticola pulsante delle lenzuola sudate.
Vado in bagno, leggo Donna Moderna, mi appassiono alla rubrica di posta dei lettori (Le ragioni del cuore, giuro) dimostrandomi che quando faccio la cacca, il mio lato femminile si fa largo, forse perché mi ritrovo seduto sul water per lungo tempo e sono consapevole di quanto sia disagiante doversi sempre sedere.
Provo la carta terrazzo, cercando refrigerio. Abbino alla carta terrazzo la carta sigaretta notturna. La luce intermittente anti-rapina montata sulle impalcature del palazzo a fianco rovina la poesia liquefatta dell’istante tabagista.
Torno in bagno, mi lavo i denti, faccio un paio di sciacqui col colluttorio e ritorno a letto.
Davanti a me, nell’oscuritá, scorgo la sagoma sinistra del ventilatore.

Il ventilatore, sotto le forme apparentemente anonime – quasi ridicole – di un piccolo elettrodomestico, nasconde una delle piú vili mistificazioni dell’era moderna.
Esso movimenta masse d’aria calda da una parte all’altra della stanza, come fossero le piccole parti colorate di un beffardo cubo di Rubik climatico. I colori girano, girano, ma sono sempre gli stessi e non c’é verso di venirne a capo. Tradotto: si continua a schiattare di caldo.

Al contrario del cugino ricco – il condizionatore – i suoi benefici cessano nel momento stesso in cui termina la sua ronzante attivitá.
Per capire meglio, si prendano due stanza vuote, in un pomeriggio di luglio, facciamo luglio 2006, con una temperatura esterna di 31 gradi che se ci trovassimo nel deserto del Gobi sarebbe anche tollerabile. Ma invece no, non é tollerabile: fuori c’é un’umiditá del 78% e non so in base a quali complessi algoritmi gli esperti dei tiggí quantificano perció una temperatura rilevata dall’umano medio di 40 e passa gradi. Io che non sono medio, ne avverto anche 42.
Accendiamo dunque i due dispositivi alle 14 e lasciamoli crogiolare nel loro brodo. Torniamo dopo sei ore e spegniamoli di botto.
La stanza col condizionatore avrá un piacevole microclima da cella frigorifera: lo sbalzo termico, venendo da fuori, fará quasi venire la tentazione di attaccare un paio di ganci da macello al soffitto e aprirsi una nuova attivitá.
La temperatura della stanza col ventilatore sará invece paragonabile a quella del forno a legna, tipo quello della pizzeria qua all’angolo. La mancanza di sbalzo termico venendo dalla strada, fará venire voglia di chiedere una doppia al pizzaiolo. Doppia mozzarella.

20 luglio 2006

leggo quindi sono

Agli albori di questo blog c’era una colonna, proprio qui a fianco. Venivano lí riportati minuziosamente i libri che stavo leggendo e la musica che stavo ascoltando.
I film no, non ricordo ci fosse anche una sezione dedicata al cinema.

Verrebbe da pensare che o si scrive il blog o si guarda un film, ed é un discorso estensibile anche all’entitá libro.
Peró con la lettura é diverso. La lettura ha le sue pause, durante le quali si possono svolgere diverse mansioni, retribuite e non, piacevoli o meno.
Ma alla fin fine l’appuntamento col libro é confortante nella sua ritualitá: il libro attende sul comodino e occhieggia truce se appena ti sei messo in bolla sul materasso, spegni la luce e ti giri su un fianco. Il segnalibro si ribella: per dispetto salta fuori e tamburella le sue invisibili dita fino a quando non finisci il tuo ciclo di sonno e inizi a imprecare per ritrovargli la giusta collocazione.

Quel segnalibro, che puó essere un segnalibro vero, di quelli che che trovi alla cassa nelle librerie medio-grandi (e su cui nutro delle riserve, inteso: sui segnalibri ufficiali e sui grandi magazzini della cultura) o qualunque altro oggetto di spessore e rigiditá variabili (biglietti dell’autobus usati, scontrini dell’autostrada, scalette di concerti, custodie vuote di CD), quel segnalibro - dicevo - aspetta solo di essere spostato, sfilato da una coppia di pagine e fatto scivolare lascivo dentro un’altra coppia.
Non gli interessa molto che durante il giorno tu abbia fatto e pensato ad altro.
Il segnalibro non é il terzo incomodo della coppia *di pagine*, elemento estraneo dell'armonia libraria: cementa piuttosto la loro unione (delle pagine), dando loro la dignitá di esistere mettendole in fila una dopo l’altra.
Ma questa non é un’ode al segnalibro, anche se prima o poi qualcuno piú degno di me dovrá rendere conto della sua importanza.

Dicevamo i libri. Ho cancellato quella parte del template. Non vedo perché devo dire: sto leggendo questo, sto leggendo quell’altro. Se mi va ne parlo, sennó ometto.
Leggere – o dire di leggere – non si deve ridurrre ad un gesto forzato, dato in pasto agli altri, come timbrare il cartellino ogni dannato giorno di lavoro. (A proposito: detengo un badge che non timbro da anni. Credo che si sia smagnetizzato e abbia la stessa utilitá di quella ricevuta del bancomat con l'inchiostro scolorito che dal ’99 spunta a intervalli irregolari dalla falde di pelle consunta del mio portafoglio.
(Troppe preposizioni - semplici o articolate che siano - mi creano dell'emicranie quando rileggo. Quindi non rileggo né modifico). (Anche lo spreco di parentesi genera cefalee. Passano, come tutto il resto).
(In alternativa potrei ricorrere all'uso di note a pie' pagina, di cui Foster Wallace abusa nei suoi illuminanti saggi. Ma questo non é un saggio. E io non sono Foster Wallace. E nemmeno tanto saggio).


Leggere é un piacere che difficilmente si concilia alla pluralitá. Leggere non é democratico. Non é neppure oligarchico: non si legge insieme a qualcun altro. Al massimo si puó leggere a qualcun altro, ma si tratta di una pratica - a mio avviso - poco adatta ai ritmi sincopati e scostanti, pieni di accelerazioni e dietro-front con cui mi avvicino alla lettura di un testo.

La lettura é un’operazione dunque che si compie da soli, come la scrittura, ma da cui si differenzia per una serie di ragioni che non sto qui a elencare, sennó si fa notte. (il pendolo rintoccó dodici sinistri colpi. Mentre nella cittá il velo sporco della notte calava per coprire gli abomini del giorno e crearne di nuovi, mentre si stava compiendo il solito armageddon nell’hinterland dell’inferno, il nostro discerneva su segnalibri e pippe letterarie assortite. Non gliene poteva frega’ de’ meno).

Venendo ai libri che ho letto e/o sto leggendo, posso dire che dopo la lettura da spiaggia che ha un po’ inibito il "lettore irregolare" che é in me, ho affrontato qualcos’altro che magari proprio da spiaggia non era, pur detenendo note ironiche e grottesche che ben si addicono allo spettacolo offerto dalla moltitdine di umanitá domenicale in riva al mare.
(Si dice battigia. Non bagnasciuga. Il bagnasciuga é una parte della nave, quella dello scafo che - se non ricordo male - é a pelo d'acqua. Poi é entrato nel lessico comune per definire il lembo di spiaggia lambito dalla risacca, ma é sbagliato. E a me genera insofferenza sentirlo nominare a sproposito)

Ma ora é troppo tardi. Il post su questi libri é rimandato, signori miei.

Cosí come quello sui film (e sui segnalibri).
Ah, dimenticavo: ne ne ho anche uno sui mondiali. Del 2010. C'é un po' da aspettare, ma assicuro che merita.

18 luglio 2006

in tolleranza

fastidio ma non pessimismo
caldo e mani sudate asciugate su se stesse
aria condizionata vita con la (il?) condizionale
a portata di mano ma lontano/a/i/e
post rimandati o rigurgitati pasti saltati a pie' pari
rete ripiena di vuoti a perdere
alla ricerca del tempo perduto a chi l'ha visto
tempo scandito dal tempo

Per oggi (non) ho fatto abbastanza

abbasso la saracinesca, viva la fuga.
(non e' un errore)

14 luglio 2006

dialogo di un gatto e di un passeggere


- Non ti capita mai di pensare che stai buttando via il tuo tempo?

- Dovrei?

- Dovresti. La vita va avanti, corre e tu sei fermo, inerte, come se fossi chiuso dentro una bolla di sapone infrangibile.

- Quando la vita corre troppo, io mi sdraio e la guardo passare, sfilacciarsi come le nuvole durante un temporale estivo.




- Non pensi davvero mai di sprecare la tua vita?

- Dovrei?

- La gente fa cose, vede altra gente. Tu stai qua e guardi il soffitto attraverso una sfera di Crystall Ball. Le persone normali cercano di far soldi. O di fare sesso. Tutt'al piu' si drogano. Oppure fanno soldi per drogarsi e fare sesso. Visto che di guadagnare e scopare non se ne parla proprio, non potresti drogarti come tutti gli altri?

- Non sono persone normali quelle. Sono vuoti involucri griffati, stanno insieme perche' devono, ma quando il velcro delle loro unioni e' usurato non sanno che fare per ricucirlo. Io sto bene qua: avvertendo l'aria che ristagna. A sognare una volta celeste che non e' piu' celeste ma rossa. E se per farlo devo guardare dentro un tubo, precludendomi il resto, poco male. Il resto e' vuoto, un vuoto ricolmo di vuoti involucri griffati.




- Ma dimmi: non ti annoi mai? Stai quasi sempre da solo, esci di rado e se lo fai vedi sempre le stesse persone. Non ti pare che sia limitante?

- E' un limite, come quello di intestardirsi nel fare l'esatto contrario.

- Si, ma ci sono anche le vie di mezzo.

- Non percorro le vie di mezzo: sono caotiche e non puoi tirartene fuori all'improvviso. Se viaggi sui bordi basta un passo da una parte o dall'altra per poter cambiare radicalmente, per decidere se rimanere a osservare o dimenticarsi di essere stato mai osservato.




- Tu non fai mai passi. Sei fermo e non combini nulla. Potresti leggere almeno, farti una cultura o imparare una lingua. Guardare film, pitturare, che so.
Fai qualcosa cazzo. Sono ore che ti porti appresso questa bolla. Che secondo me e' anche tossica. E tu te la trascini pure dietro - neanche fosse una palla al piede - per poi svaccarti di nuovo a terra come una gomma da masticare gia' troppo masticata.

- Dici bene gatto. Sono gia' stato troppo masticato e ora voglio restarmene qua, come una gomma sputata sull'asfalto. Mi schiacceranno magari, ma poi nessuno mi verra' piu' a cercare. Saro' una macchia confusa sulla strada di molti, ma dopo nessuno si accorgera' piu' di me.

- ...

- Senti gatto...

- Si?

- Vai a scassare le palle a qualcun altro ora.

12 luglio 2006

sfondo



Solo uno sfondo, le applicazioni sonnecchiano in background. Outlook® si schianta un momento si e l'altro pure: prima o poi lo epuro e rimpiazzo col comprimario meno blasonato.
Una lista di cose da fare talmente lunga e farcita di tediosita' che passa la voglia di aprirla, figurarsi smarcare le (poche) cose portate a termine.
Il calcetto settimanale la spesa e' fatta non ci sono ulteriori reclami dal cliente che (non) ha sempre ragione ne' arzigogolate richieste dal progetto dalla logistica dall'help desk.
Nomi facce divisioni commesse problemi priorita'. Una strada polverosa da percorrere in due per cancellarli con un colpo di spugna. La polvere coprira' tutto, tranne noi, affiancati e con gli occhi socchiusi dal sole dell'inverno australe. Agosto sara' il mese piu' freddo dell'anno, era ora.

Cercò di osservarla senza farsi scorgere. Era abbronzata. Risaltavano sulla pelle ambrata gli occhi chiari, di un colore indefinito a causa di un raggio di sole che li penetrava e vi distribuiva irregolarmente la luce. Il naso non dritto e leggermente adunco e gli zigomi pronunciati accentuavano il fascino di quel viso. La bocca aveva labbra corte e spesse al centro, dove si incontravano si formavano delle fessure che rendevano gradevole la smorfia dovuta alla luce che quasi la accecava.

Eri tu. Lo sapevamo entrambi: non gli avevamo dato peso, ma vale - eccome se vale - il meglio tardi che.

11 luglio 2006

Tanto per essere in linea con l’italico medio (part two)

Io personalmente ho optato per le falangi a ventaglio sugli occhi, volume abbassato ma non troppo, ché tanto c’era l’effetto stereo dello share al 98 per cento.
E nel frattempo riflettevo sulla questione dell’integrazione razziale in Francia, che se ce l’avessimo avuti noi due o tre di quei marcantoni afro a correre in mezzo al campo invece delle passeggiate al parco di Totti e giocatori limitrofi, non si sarebbe certo sofferto come cani. Invece li lasciamo nei Centri di Permanenza Temporanea: un ossimoro calcistico ancora prima che lessicale.

Al rigore di Grosso ho stropicciato le corde vocali come un asciugamano bagnato, fuori dalla finestra, col baricentro pericolosamente puntato verso il vuoto. Un tizio dal palazzo di fronte, torso nudo capelli lunghi e dotato di notevole pancia birraia mi ha fatto un cenno d’intesa. O forse stava solo portandosi una mano davanti alla bocca per smorzare un rutto troppo fragoroso.

La mia signora mi ha richiamato all’ordine, che va bene che erano 24 anni che si aspettava, ma ero sulla via di una mutazione genetica, da uomo – ragazzo, va’ – a scimmia urlatrice.

Un palazzo piú lontano é stato illuminato a giorno, non ho ancora capito se erano luci artificiali o fuochi d’artificio. O un’alterazione della mia retina in seguito alla mutazione genetica abortita a metá, condannato al limbo fra omininide tricolore e peloso primate.

Fuori era tutto un fiorire di giochi pirotecnici (ma sarebbe piú corretto chiamarla artiglieria da montagna), trombe da stadio e stadi avanzati di preparazione di altri tipi di trombe. I primi clacson scesi in strada per un carnevale che sarebbe durato ore; le prime bandiere uscite di casa da poco srotolate timidamente e che si sarebbero erette verso il cielo con sfrontata leggerezza. La luna, piena o quasi, pareva rispondere sorridente al nostro mare increspato di tricolori.

Ho avuto quindi l’intuizione che non ero solo (non lo sono mai).
L’ho presa fra le braccia e l’ho sollevata piú e piú volte dicendole siamo campioni del mondo e altre amenitá che non ricordo. Le altre cose erano solo rimandate.
Ci siamo guardati e ci siamo detti: andiamo?
Siamo andati.

Tanto per essere in linea con l’italico medio

ché a far sempre il bastian contrario poi si risulta degli spocchiosi banaloidi, consegneró a queste pagine le coordinate spazio-temporali di ieri sera, mentre gli undici ipervitaminizzati conquistavano quella che fu Coppa Rimet, contro la nazionale francese.
Precisazione doverosa: sono in appartamento, su Rai1 va in onda l’apoteosi dell’autoreferenzialitá azzurra sulle note di "We Are The Champion". Freddy Mercury ormai avrá compiuto una rivoluzione completa nella tomba per tutte le occasioni nelle quali la sua canzone é stata profanata per analoghi intenti.
(levate quella coppa dalle mani di Totti che non se la merita perdio. Lo dice uno che quando sente l’inno di Mameli, nonostante il pessimo ricordo della naja, sente ancora i peli erigersi sulle braccia).

Detto questo: ieri s’era con la signora. Alle otto, quando quel professionale signore sudamericano amante della poesia ha proiettato aria dentro un altrettanto professionale fischietto per la prima volta, stavo introducendo dentro il mio capiente stomaco a scomparsa un piatto di gnocchi al pesto. Pesto, per inciso, alla cui realizzazione ho contribuito io stesso qualche ora prima con la supervisione della mia signora (il mio difficile compito consisteva in: gratuggiare parmiggiano, ché il pecorino risulta troppo saporito, pigiare tasti del frullatore in modo casuale, ché il mortaio non lo usa mica piú nessuno).

I 90 e i supplementari sono volati (volati?) fra indicibili sofferenze.

Bisogna precisare negli ultimi anni il mio interesse verso il calcio si é via via azzerato. So a malapena in che serie gioca la squadra per cui un giovin @llerta pianse lacrime preadolescenziali quando perse la finale di Coppa Dei Campioni per colpa di un ciccione olandese che tirava tomahawk al posto di calci piazzati (sí, si chiamava ancora cosí: Coppa dei Campioni, l’anglofona Cempions lig era ancora da venire).

Ma i mondiali, specie quest’anno, mi riportano sempre ad un sano e genuino entusiasmo per il favoloso giuoco del calcio. Sará che non si é piú confinati nella provincialitá del nostro campionato dalle uova d’oro, sará la concentrazione di partite in pochi giorni, con la formula sicuramente piú coinvolgente dell’eliminazione diretta dopo le qualificazioni. Sará il contagio contratto nell’aria – tipo epidemia endemica – con cui volente o nolente si ha a che fare ogni santo dí della kermesse calcistica.

Sta di fatto che mentre consumavo una birra stringendo il freddo vetro fra le palme sudaticcie, questi tizi d’oltralpe ci stavano mettendo sotto e io prevedevo – temevo – la solita lotteria dei calci di rigore.
Brutta roba quella: se vinci rimane l’impressione di non aver vinto davvero. Se perdi ti girano le palle lo stesso.
E in ogni caso i rigori sono una roba insulsa: non sai come affrontarli.
A occhi aperti?
O a occhi chiusi?
Coprendosi la faccia con le mani, lasciando alla vista tutt’al piú uno spicchio del tivucolor, proprio in prossimitá della porta, come davanti ad un horror truculento? Con l’audio?
O col tubo catodico ammutolito dagli infrarossi della macchinetta, affidandosi quindi alle urla del quartiere che arrivano come schiaffi dalla finestra aperta?

[a oltranza, come i rigori, se mi va]

10 luglio 2006

allerta's been here

in attesa di un post che si possa chiamare tale (arrivera' arrivera'. Non so quando, ma arrivera') il risultato di qualche minuto di cazzeggio, offerto da questo blog qua.
Purtroppo l'immagine e' davvero piccola e non si puo' apprezzare un Paese, Buco Desertico di Culo, in cui mio malgrado ho trascorso tre, dico tre, mesi (infiniti) della mia esistenza.
Se la faccio piu' grossa - l'immagine - mi copre in maniera rognosa l'archivio e voi non sapete quanto ci tenga alla sezione una volta qua era tutta campagna [rust in peace] che testimonia, se mai ce ne fosse bisogno, tutto il tempo che ho perso su questo spazio.
Ho omesso gli Stati in cui ho fatto scalo, che' si sa, gli aeroporti sono zona franca e fare il Viktor Navorski del caso non giova alla salute. Infine, mi rimane il dubbio sul fatto che Honk Kong faccia effettivamente parte della Cina. Beata l'ignoranza geopolitica.

L'aspetto piu' consolante di tutta la faccenda e' che a breve colorero' di rosso qualche altra macchietta e questa volta per propositi (e con compagnia) decisamente piu' piacevoli. Perche', se devo dirla tutta, la settimana e' iniziata in malora e ho ancora le gambe molle da questa mattina. Ma di questo non mi va di parlarne fino a che.

05 luglio 2006

After Cordusio

c'era in ballo una sturiellet con ambientazione mondiale gia' bella pronta in testa, ma ora la testa ha preso una via che e' difficile non assecondare. Quindi zero sturiellet.

Ti pareva che Berlusconio non lo prendesse per un attacco politico.

Io credevo in Del Piero. Grazie Alex, parlare con tutti quegli uccelli (o era solo uno) non ti ha rammollito del tutto. Credevo anche in un sacco di altri giocatori che non mi hanno deluso. Su tutti Inzaghi (definito amorevolmente per tutta la partita "una merda" nonostante non giocasse e il fatto che sia un quasi compaesano).
Credevo meno in Iaquinta e Camoranesi e i fatti mi cosano, come direbbe quello pelato dello zelig.

Gli italiani brava gente, ma ripresi dalle telecamere del tiggi rendono bene l'idea del livello medio nazionale di QI. Come diceva Carlo stasera, siamo ben rappresentati dagli spot della Tim con De Sica. Non bisogna neanche incazzarsi se i crucchi ci sfottono con la solita pantomima pizzaspaghettimandolino.

Sono riuscito a rientrare indenne al surrogato di abitazione, nonostante gli scioperi dei taxi, la metro sbarrata in duomo, la 27 (qua si usa il femminile, vai a capire perche') presa al contrario - alla rovega - e il biglietto della metro che non c'era, ma vabbe', vorranno mica farmi la multa con l'Italia in finale?

Ho mandato un messaggio al mio amico Juergen (non il ct, ma un simpatico crucco con cui ho lavorato, per gli amici Auge) dopo che mi ha telefonato alla fine del tempo regolamentare, lui ci credeva, io gli ho ricordato che avevamo preso due woods (e come cazzo si traduce Palo/Traversa in inglese?) ma era quasi darsi una zappa sui piedi, che' nel calcio si sa: gol sbagliato/i gol subito. Poi dopo il triplice fischio e un numero spropositato di urla rivolte alla finestra, alla tapezzeria, allo schermo piatto, ero consapevole: ora gli mando il messaggio che gli avevo promesso. Mi spiaceva infierire. Mi sono limitato a scrivere OPS. Volevo aggiungere I dit it again, ma non so se avrebbe colto la citazione colta. Mi ha risposto dopo un periodo infinito di tempo. Congratulation, Auge. Un signore. Anzi, un Herr.

Detto questo posso anche inabissarmi sotto la piega (sotto le lenzuola). Domani si direbbe che e' un altro giorno e la routine, la luce del giorno, contribuiscono a demolire o almeno a sbiadire certe imprese.
(ma dico: io se avessi visto in diretta Italia-Germania 4-3 sarei morto, probabilmente strozzato da una penna al ragu o per infarto secco. Meglio cosi').

Detto questo, detto tutto.

Anzi no, dimenticavo: Ballack suca.

03 luglio 2006

Mondo marcio? Festival in (avanzato stato di) decomposizione

fra qualche giorno parte un festival nella mia cittá di cui avevo giá scritto l'anno scorso.
Siccome ero iscritto alla newsletter dell'organizzazione e mi é arrivata un'email con l'anticipazione del programma, mi sono permesso di rispondere (in fondo lo suggerivano anche loro: Facci sapere che ne pensi e scrivi a info@goaboa.net per esprimere pareri, suggerimenti, candidature o quello che ti va), evidenziando le mie riserve sul cartellone proposto. Mi ha risposto il Patron del festival in persona. Un plauso a lui, ma non al programma che continua a lasciarmi perplesso.

Se avete voglia di leggere, bene. Le email sono riportate alla rovega: ovvero dalla prima all'ultima in ordine di tempo.
Se non avete voglia di leggere, bene lo stesso.
(nel link ci sono altri link: volendo, ce n'é abbastanza).

Non ho molto tempo barra voglia per ora di postare qualcosa che esula dal copiaincolla.

> --- GB06 ha scritto:

GOA-BOA FESTIVAL
48 band "scolastiche"
2 stelle che hanno illuminato il mondo
1 siciliana verace
6 anteprime nazionali
1 anteprima europea
25 concerti in 3 giorni
5 appuntamenti all'Arena del mare
2 gasometri
1 palco
30.000 watt audio
50.000 watt luci
3 aftershow
2 punti ristoro
2 bar
12 associazioni
16 artigiani

6-7-8 Luglio 2006 - Ex Acciaierie di Cornigliano
CARMEN CONSOLI - GEORGE CLINTON & PARLIAMENT FUNKADELIC - LAURIE ANDERSON
FABRI FIBRA - MEGANOIDI - WE ARE SCENTISTS - MORGAN - MONDO MARCIO -
ELLEN ALLIEN & APPARAT ...

10 euro il biglietto se lo acquisti al botteghino del festival prima delle
19
15 euro se sei possessore della Green Card, oppure socio di Terre di Mare
oppure ancora se studente universitario
20 euro negli altri casi
45 l'abbonamento alle 3 serate

poi GOGOL BORDELLO - KHALED - DANIELE SILVESTRI - KASABIAN...

Ecco qualche qualche numero e qualche nome di GOA-BOA 2006.
Programma completo e tutti i dettagli della nona edizione del festival su
www.goaboa.net

Facci sapere che ne pensi e scrivi a
info@goaboa.net
per esprimere pareri, suggerimenti, candidature o quello che ti va.

A noi fa piacere ;-)
(forse anche a Gulli)

28 giugno
INFO GB06


>> Il giorno 01/lug/06, alle ore 12:18, a. ha scritto:

se l'anno scorso ero scettico sul programma (un mix fra soliti noti, illustri sconosciuti, nomi di richiamo ma bufale e buoni gruppi fatti suonare col solleone) e non avevo fatto l'abbonamento, quest'anno proprio non mi si vedra' (peccato perche' il contest postindustriale tipo quello di Campi mi pareva piu' azzeccato della Foce).
Ci vuole del coraggio per (ri)proporre Consoli, Meganoidi, piazzare Laurie Anderson vicino a Mondo Marcio o Fabri Fibra. Ecco qua.

senza rancora ma con la sensazione di un'altra occasione mancata

a.



> --- GB06 ha scritto:

ciao a.
ci spiace per la doppia delusione...
Quanto al coraggio di ri-proporre Carmen Consoli non ne è servito molto come per mettere nello stesso cartellone Mondo Marcio e Laurie Anderson...
Il punto è che per noi il GB deve saper conciliare passioni di nicchia, nuove tendenze e gusti popolari, proponendo al contempo nuovi stimoli. Ad esempio chi viene a vedere la Consoli è "costretto" a vedersi Lou Rhodes, così come chi viene vedere Mondo Marcio e Fabri Fibra ha l'occasione di "scoprire" George Clinton...
Ricordando che un festival è SEMPRE un compromesso tra gli artisti che vorresti invitare e quelli che effettivamente in quei giorni sono disponibili, mi sembra che, obiettivamente, siamo riusciti a metter su un cartellone interessante per il 16enne quanto per il 40enne.
Ultimo appunto, nel fare il programma non guardiamo MAI le classifiche di vendita o tantomeno ci facciamo condizionare dai media, cerchiamo solo di proporre ciò che è o può sembrarci significativo proporre...
Poi ovviamente ognuno ha i suoi gusti e come nel tuo caso anche restare deluso...

grazie per la mail !

Totò


a. ha risposto cosí:

Grazie per la risposta, a dir la verita' non me l'aspettavo o tutt'al piu' avrei ipotizzato una di quelle imbarazzanti risposte automatiche.
Forse sono io che sono "invecchiato" e la mia voglia di scoprire e' andata scemando rispetto ai primi GoaBoa a cui partecipavo con entusiasmo e piu' curiosita', ma rimane comunque l'impressione che i tabelloni negli ultimi anni abbiano preso una strada che non e' propriamente nelle mie corde rispetto alla scelta dei primi anni a Campi o all'edizione vicino al Porto Antico.
Gli anno scorsi abbiamo visto ottimi gruppi italiani che stavano crescendo (alcuni poi rivisti fino alla nausea e un po' imbolsiti), gruppi rock e non dal sound potente (international noise cospiracy, asian dub foundation, the hives) e band piu' ricercate che magari il festival non e' il loro palcoscenico, ma cavolo, mi hanno fatto entusiasmare davvero (godspeedyoublackemperor! millionaire, emir kusturica & no smoking orchestra, blonde redhead).
Spero comunque che sia nelle corde di altri genovesi (e non) perche' ci meritiamo un festival degno di questo nome e l'unico modo per tenerlo in vita e' - per quanto puo' fare il pubblico - partecipare.
(La mia non voleva essere una sterile polemica, non e' nel mio modo di fare, ma l'ultima newsletter mi ha stimolato a dare il mio punto di vista. Mi auguro che possa essere considerata costruttivo).

Ciao

a.

edit: ho scritto del GoaBoa anche sul GBC.