Ci sono giorni che quello in cui ritenevi di essere bravino, quella cosa che – diciamolo – se te lo avessero detto da bambino avresti risposto EH?, quella su cui hai speso tante ore, anni ormai, a rifare gli stessi passaggi, compiere gesti e associazioni mentali ormai automatiche, binomi causa-effetto che parevano scolpiti nella corteccia cerebrale, quella cosa, insomma, pare ingestibile, sfuggita ad ogni controllo, un motore in fuga chissá per dove, chissá perché.
Ci sono giorni in cui alle dieci di mattina pregusti l’ora di pranzo durante il quale pregusterai un quadretto serale, piuttosto squallido a dirla tutta, con te spalmato sul divano con birra ghiacciata da una parte e telecomando dall’altra, ad osservare abulico le gesta di 11 connazionali strapagati per correre e calciare un pallone cucito da mani thailandesi. Tu, tra le altre cose, paghi 6 euro alla settimana per fare lo stesso, senza contare l’extra dei 2 euro di gatorade gusto limone, dopo una corsa e dei calci che dovrebbero emulare quegli altri piú celebri (il pallone é invece – ne hai la certezza – cucito dalle stesse mani thailandesi).
Ma a pranzo non pregusti il quadretto squallido perché sei giá preso con quella cosa lá, quella che ti é sfuggita di mano, anche se pensavi di essere tutto sommato bravino. E alla sera il quadretto squallido é – se possibile – peggiorato: non sei spalmato sul divano, ma stai cucinando in fretta e furia. Proprio mentre stai per scolare la pasta, un istante prima che la fettuccina perda quella condizione irripetibile e improcrastinabile che coincide con la definizione di “al dente”, e gli undici che sono pagati per solcare un campo in erba (vera, mica quel tappeto cancerogeno del calcetto di S. Donato) stanno facendo un’azione particolarmente brillante (una delle due nell’arco dei 90) ecco che arriva una telefonata che ti ricorda che quella cosa lá, quella in cui credevi di essere bravino, é ancora in ballo e che quindi tanto bravino non lo sei.
La telefonata, se proprio vogliamo essere precisi, arriva dalla parti dove gli undici ipervitamininizzati e coccolati orgogli della patria calciofila stanno trottando tronfi e imbolsiti per infilare una squadra di statuari uomini d’ebano.
Hai voglia a trattenere il desiderio di ribattere che al momento sei impegnato a scolare la pasta e a vedere se era fallo o no. Dici si, no, ok e qualcos’altro e ripensi che forse a quell’autogrill stanno ancora cercando personale.
Ci sono giorni che credi che basterá un massaggio coi minerali termali – argilla bianca – gentilmente offerti da palmolive e una dormita per ripristinare l’emergenza, la stanchezza, le mancanze. E ti accorgi che appena uscito dalla doccia sei solo piú umido, che il getto potente non ha spazzato gli errori, sono ancora tutti lí, li puoi contare se vuoi.
Ci sono giorni in cui perdi di vista quello che conta davvero, dove non ci sono gradatorie, concorsi, livelli avanzati, non ci sono ghost track e insidiosi tranelli. Ci sei solo tu con il tuo carico di imperfezioni e un fuoco dagli occhi lucidi. É un fuoco che ti scalda anche se sei lontano, confinato in un surrogato di casa che hai cercato di rendere accogliente traslando il casino che hai in testa nei pochi vani a disposizione, mettendo una foto della (nostra) vacanza preferita in bella vista. É un fuoco che ha bisogno di ossigeno e talvolta ti dimentichi di aprirgli la valvola.
Solo a posteriori, quando quella cosa é andata, dimostrando se mai ce ne fosse ancora bisogno, che non sei proprio tanto bravino quanto credevi, ti rendi conto di quanto sei ottuso, non per quella cosa, ma per quel fuocherello lasciato incustodito e che questa musica andrebbe spenta perché ti potrebbe portare a straniamenti che non ti si addicono.
Ci sono dei giorni che sono proprio come questo.