28 maggio 2006

ripensandoci

perche' non finisce tutto con lo zinco, vero?

no.

25/05/2006, da qualche parte.

- Tghe' ne mis.

- Al pensava mia ad truvart atze' prest.

- Ero seimpar chimo'.

24 maggio 2006

Test the chain

Ci sono questi test per verificare il funzionamento dell’hardware.
Test software per provare l’hardware. Parrebbe un gioco di parole. O un controsenso.
Lo lanci e il computer o chi per esso inizia a frullare. Te ne accorgi dai LED che si accendono come lucciole ubriache.
Puoi rimanere lí a rimirare le lucciole elettriche o puoi andartene a prendere un caffé. O fumarti una sigaretta se quello é il tuo vizio. Che tu resta o te ne vada non cambia nulla: il test hai i suoi tempi.
É un aspetto impercettibilmente frustrante in questo genere di lavori: i ritmi sono dettati dalle macchine. Non si puó far altro che aspettare.

Molti di questi test hanno diversi fasi: ci sono questi quadratini, due per ogni fase. Uno é PASSED, l’altro é NOT PASSED.
Mentre il dispositivo rimugina sul da farsi, ci si attende il responso: é un banale segno di spunta da una parte o dall’altra.
Talvolta non si capisce in base a quale criterio quella V sghemba vada a finire di qua piuttosto che di lá: in alcuni casi basta ripetere il test e lo step che prima era NOT PASSED va a buon fine e manda al diavolo la negazione. Non si capisce neppure cosa sia cambiato rispetto a pochi secondi prima.

Ci sono giorni che sono PASSED e altri non altrettanto fortunati. La differenza dalle macchine é che non puoi ripeterli per vedere se andrá meglio. Ritenta, sarai piú fortunato rimane la scritta - beffarda, d'accordo - del Boero preso al bar-latteria del quartiere. Una volta ottenuto l’esito te ne devi stare, spesso senza comprendere neanche il perché.
Non rimane altro che fissare quel segno finito dalla parte sbagliata (ammesso che ce ne sia una giusta), passarsi il palmo delle mani sulla stoffa grezza dei jeans per cercare di togliersi quella sensazione di sporco umido.

Ieri era PASSED. Oggi non ne sono cosí sicuro.

22 maggio 2006

la vita e' un sogno o i sogni non c'entrano niente?

Nel sogno che ho fatto ero a scuola, ma in una scuola in cui non sono mai stato. Un’altra scuola, un altro edificio.

Mi dicono che da quel momento non si potranno piú comprare le sigarette di contrabbando. Che faranno il culo sia a chi le vende che a chi le compra. Io nel sogno sono uno di quelli che le compra.

Merda, c’é il regime penso. E dunque esco contrariato da scuola alla ricerca di sigarette del Monopolio di Stato. Fuori é notte.
Nel sogno, non so perché, ritengo che la legge contro le “bionde” sia tipica dell’approccio capriccioso di un dittatore.

Non so cosa ci faccio a scuola e forse per quello me ne guardo bene dal rimanerci (e in fondo sono senza sigarette e da oggi non le posso comprare neanche piú sottobanco).

Esco in macchina con tre tizi. Sono tutti e tre coreani. La cittá é coreana almeno quanto i tre tizi.
Uno di essi, sul posto dietro della macchina vicino a me é Mister Ro.

Ho una foto di Mr. Ro, fatta sul lavoro. É alto e largo la metá di me. E aveva giá uno o due bambini.
Ci abbracciamo come calciatori nella foto di squadra. In piedi da destra a sinistra: Mister Ro, Allerta.
Non sorridiamo, siamo tesi e affiatati.

Mr. Ro e sua moglie, che mai vidi, mi regalarono un quadretto. Un souvenir per occidentali, ma pur sempre un bel pensiero. Rappresenta scene di un tipico matrimonio coreano. Puro folklore per europei sovrappeso alla ricerca di esotici pezzi d’oriente sepolti sotto le cittá fotocopia, accecati dalle insegne luminose onnipresenti e gigantesche. Io non sono sovrappeso, ma Mr. Ro me lo regaló lo stesso. Forse per invogliarmi al matrimonio e alla conseguente riproduzione.


Nel sogno ad un certo punto, mentre siamo in macchina e le luci della cittá ci sfrecciano a fianco, Mr. Ro mi chiede con il consueto tono timido ma preciso perché la birra e il the costano.
“Why do beer and tea cost?”
É una bella domanda. Cerco di affrontarla con tutto il rigore scientifico applicato alla macroeconomia di cui dispongo.
In realtá il mio pensiero principale é dove posso trovare le sigarette a quest’ora. Peró visto che la domanda me l’ha fatta Mr. Ro e lui si fida di me, gli provo a rispondere.

Dunque...
Gli dico che le piantagioni di te hanno innegabili spese: dai lavoratori applicati agli strumenti utilizzati per la coltivazione e la raccolta, senza parlare della cernita e di altri passaggi piú o meno industriali. Il processo che ti porta ad avere davanti una tazza fumante di the, magari accompagnata da biscottini al burro come nel migliore english style é lungo e – soprattutto – comporta delle transazioni economiche non trascurabili.

É soddisfatto di quest'analisi, ma tituba un poco. “And what about the beer?”
E la birra? Perché costa la birra?
Cerco di rispondergli che anche il costo della birra é dovuto in primis alle materie prime necessarie oltre all'acqua: l’orzo e il luppolo. Ma il mio limitato inglese tecnico non mi consente di tradurre questi termini. Gli indico l’erba ai bordi della strada, sporgendo il dito fuori dal finestrino.
You know, the grass...
Mr. Ro mi guarda come succedeva talvolta a lavoro, quando gli spiegavo qualcosa o gli assegnavo un compito.
Non capisce una fava.

Senti, Mr. Ro. La birra costa perché é buona, fattela bastare
Mr. Ro annuisce silenzioso, pieno di rispetto per la risposta avuta.

Come disse Zanardi: Wow! Che sogno del cazzo!

19 maggio 2006

autogol, autoreferenzialitá e automatic for the people

e' finito in secondo piano. Come e' giusto che sia.

A costo di essere banale.

il guano, anche impacchettato, puzza sempre di guano

Io non credo - non voglio credere - che i servizi mandati in onda nella trasmissione Lucignolo siano veri. Non voglio credere che esistano quelle persone e quei posti, che gli italiani siano cosi', che i giovani siano cosi'. Che l'unica notte possibile sia quella che mi mostra Italia1.

Ditemi che non e' vero, siate clementi.
(Siatelo. E magari domani mattina, oggi direi, quando m'attacco, piazzo quella roba che ho scritto questa notte mentre nella scatola parlante - silenziata: il telecomando e' la profilassi piu' semplice - scorrevano quelle persone, quei posti, gli italiani, i giovani e la notte.)

era sontuosa

e' un po' lungo, quello si. Si vede che ho del tempo da perdere.
Si potrebbe pensare che la terza persona sia solo un escamotage (in realta' questa frase era un pretesto per poter usare la parola escamotage).
Comunque no, non sono io il protagonista: tanto per cominciare, ad agosto io parto. E poi sono oltremodo intelligente. Come gli altri novecentonovantanovemilanovecentonovantanove.


Si era preparato per una colazione sontuosa.
Proprio cosí: si era detto Oggi mi faccio una colazione sontuosa. Rimasticando lentamente nella mente la parola sontuosa, con gusto quasi.
Aveva iniziato a tirare fuori tutto da quella credenza sciancata, posta sopra il lavandino.
Non la faceva quasi mai una colazione sontuosa, per mancanza di tempo. O per pigrizia, va a sapere.
Quel giorno si voleva trattare bene, dedicare finalmente un po’ di tempo a se stesso, quel tempo che scivolava via fra le dita come la sabbia fina che sognava tutto l’anno e che puntava di raggiungere ogni agosto, tre settimane di ferie all’anno, pianificate con il suo ufficio. Quattro mesi prima.
Che c’era poi da pianificare quattro mesi prima, se erano sempre le stesse tre settimane di chiusura dello stabilimento?
Probabilmente per giustificare il ruolo del capo.
O per dare un fondo di credibilitá ai servizi dei telegiornali trasmessi in heavy-rotation tutta l'estate. Quelli sul caldo, sull’alimentazione, sugli anziani che schiattano e che invece dovrebbero passare le ore piú calde dentro un supermercato, perché con la minima col cazzo che si possono permettere il condizionatore.
O sullo spauracchio della partenza intelligente. Sorrise ripensando a quella battuta sulla partenza intelligente, quella secondo cui ti trovi con un milione di intelligentoni in autostrada alle due di notte.

Lui la partenza intelligente non la faceva mai. Non perché fosse scemo, ma perché – molto piú semplicemente – non partiva proprio.

Prese il pentolino, ci versó un po’ di latte a lunga conservazione e mise la caffettiera, preparata scientificamente la sera prima, sull’altro fornello elettrico.
Quei dannati fornelli elettrici gli avevano fuso la padella qualche giorno prima. Non si era accorto di averla lasciata lí sopra, una volta travasati i quattrosaltinpadella nel piatto e dopo qualche minuto aveva avvertito un odore che non poteva venire dal suo piatto di linguine allo scoglio. Saporite sí, ma non cosí tanto.
Lo strato antiaderente della padella si era vetrificato, lasciando un odore molto poco invitante. Sapeva di brutto male lontano un miglio. Come se ci fossero i mali non brutti.
Nel frattempo si preparó le fette biscottate e la spremuta. Il vantaggio di non usare il micronde era quello: di lasciare il tempo per fare altro. Il micronde, come tute le altre diavolerie della tecnologia, era uno di quegli strumenti venduti con l’intento di far risparmiare tempo, ma con l’effetto collaterale di non restituirlo. Di mangiare i minuti, invece di farli risparmiare come invece promettevano le offerte all’ipermercato.
Aspettó che il latte si scaldasse senza farlo arrivare all’ebollizione e lo tiró via da quell’illusione di fuoco rappresentato da array di resistenze percorse da corrente.
Tutto era pronto: si sedette e inizió a mangiare. Era proprio una colazione sontuosa, nulla l’avrebbe distolto, nessuno l’avrebbe disturbato.

Mentre stava immergendo i biscotti la sua attenzione fu richiamata dalla confezione dei frollini. Tutte le confezioni di qualunque genere alimentare, ormai, riportavano informazioni vitali oltre agli ingredienti e alla data di scadenza. Dati nutrizionali, suggerimenti per il consumo, abbinamenti, addirittura la ricetta, se farteli in casa era la tua aspirazione.

Quest’ultima cosa gli pareva controproducente in un marketing scrupoloso.
Smise di pensarci arrivando alla conclusione che lui non si sarebbe mai sognato di prepararsi i frollini, quando poteva comodamente prenderli dallo scaffale del supermercato, allungando un braccio e buttandoli distratto dentro il cestino. Senza contare che la sua tessera di raccolta punti era quasi arrivato al traguardo: ancora un paio di spese sostanziose e avrebbe ritirato il suo premio.

Mentre affondava nel caffelatte il quarto biscotto diede un’occhiata alla data di scadenza, piú per terminare la lettura della confezione che per scrupolo.
Ancora una settimana e quei frollini sarebbero scaduti.
Alle 22.30.

Rimase interdetto, frastornato dalla rivelazione. Con la bocca aperta e un biscotto in mano.
Si ricordó di quando li aveva comprati. Era appena arrivato in quella casa, pieno di entusiasmo per la nuova sistemazione, per il nuovo incarico che gli era stato affidato; aveva voluto festeggiare facendo una spesa eccezionale via, per questa volta anche i biscotti sfiziosi...quelli di marca, al cioccolato.

Si ricordó anche tutte le aspettative che riponeva in questo nuovo periodo della sua vita, nelle possibilitá che gli avrebbe concesso, nel lavoro e fuori. Nei propositi di non far andare in vacca tutto come al solito, di impegnarsi, di avere pazienza, di essere collaborativo e gioviale con tutti.

Erano passati giá sei mesi.

Il biscotto, rammollito dal tepore liquido del caffelatte si sfaldó silenziosamente. Un moncherino di pastafrolla gli rimase fra due dita, l’altra metá si tuffó inerte nella tazza con un tonfo ovattato.
Non poté far altro che guardarlo galleggiare come la pancia bianca di un pesce morto.

18 maggio 2006

calcio calcino e calcetto

Quando finisco la partita, mi siedo sulla panchina dello spogliatoio. Impiego un po’ di tempo fra una fase e l’altra. Come imbambolato dalla stanchezza. Ma non é solo stanchezza: osservo di sottecchi gli estranei che si stanno preparando per la loro sessione settimanale di calcetto. Pare che qua il calcetto sia molto in voga. Come l’aceto balsamico a Modena.

I campi di calcetto hanno abbassato decisamente il livello medio del calcio nazionale. Una volta o giocavi in una squadra o niente. Ti rimaneva 90minuto e la schedina se proprio il tuo pallino era il calcio.
Tutt’al piú da bambino, giocavi per strada infilandoti sotto le macchine (le macchie d'olio che non finivano su quei calzoncini) o scavalcando i cancelli di ignari – ma non sempre – detentori di proprietá privata per recuperare il pallone.
Non c’erano le mezze misure della partitella coi colleghi.
I campi di calcetto, il gioco del calcetto, il suo nome stesso, un diminutivo che non é vezzeggiativo, hanno minato il panorama calcistico italiano.

Qua, visto che il calcetto é molto in voga, ogni partitella viene presa in modo estremamente serio.
Arrivano a frotte questi pubblicitari manager pizzaioli avvocati ingegneri magazzinieri.
Mi fermo ad ascoltare i dialoghi di chi occuperá gli stessi palliativi di campi su cui ho sgambettato fino a cinque minuti prima.
Fanno pre-tattica, gli schemi. Ci manca la lavagnetta, penso.
Hanno maglie di squadre altisonanti - negli ultimi anni vanno molto quelle straniere - tutte originali, mica i tarocchi presi davanti allo stadio, parastinchi in titanio e scarpe con minuscoli e insignificanti tacchetti che io vedrei bene al Cocoricó per quanto sono accattivanti.

Mentre appallottolo nella borsa la maglia militare sudata e gli orridi calzini di spugna corti, rimembro silenzioso le scarpe da calcio piú ambite da ragazzino: Adidas Copa Mundial. Pantofola D’Oro. Pelle di vacchetta, completamente nere, tutt’al piú qualche riga bianca come estrema quanto minimale concessione al vezzo.

Rimpiango gli scarpini a sei tacchetti, mai comprati per colpa del tipo di campi nella mia cittá. Un po' come quelli della pubblicitá, coi ragazzini che fanno le squadre chiamando calciatori famosi.
"Beckenbauer?"
"Beckenbauer."

Ogni tanto sogno di entrare in un negozio e di comprarli: esco dal negozio con indosso gli scarpini chiodati: la strada é diventata una distesa verde, non si riescono a vedere quasi i pali bianchi della porta.

16 maggio 2006

Bad vibration.

mi sento osservato. (dirai: certo, e' un blog, che ti aspettavi? potrei rispondere che: se fossi alloggiato nel complesso residenziale di Splinder l'avrei gia' reso privato, un bel cancello elettrico e via, cosi' verrebbero a trovarmi solo quelli che conosco, gente per bene, non sporca e non disturba i vicini).

E invece rispondo come al solito: rintanandomi nella penombra, in attesa che l'attenzione scemi. Che scemo.

15 maggio 2006

moglie e blog dei paesi tuoi, ma anche no

questura fotografo poste fotografo questura comune.
Fatto.

Questo per dare contorni - molto vaghi, ne convengo - alla padellata di fatti miei. Anzi: nostri.

Se invece voglio sconfinare in padellate altrui, sabato siamo andati all'evento-blog dell'anno (anche perche' unico evento legato ai blog al quale ho partecipato nell'anno in corso, se escludo Inedita).
Ovvero: un'amica, tenutaria di blog prima ancora di me, si e' unita in matrimonio (non virtuale, che' davanti non c'era un monitor, ma una paffuta signora con la fascia tricolore) con un altro signore, di cui lessi il blog ancora prima di capire che cosa fossero.
Non l'avrei postato per doveroso rispetto della privacy, ma visto che e' stata lei la prima a fare outing...

ps: al signore di cui sopra non ho piazzato link, ma non dovrebbe essere difficile reperirlo indagando un po'. Indagate gente, indagate (se proprio tirate al gossip).

13 maggio 2006

romanzi d'appendicite

Una volta ho mandato un mio racconto ad una amica. A puntate.
Le prime puntate venivavano interrotte a fine capitolo. Poi al termine di un periodo. In seguito ho sospeso la faccenda troncando una frase in modo brutale. Ricordo che la penultima puntata vide una parola orrendamente mutilata.
L’amica non la prese bene. Non che fosse sto granché di racconto.
Era una cosa scritta in una stanza vuota. Vuotissima. Una camera iperbarica: solo moquette e portatile. E io, chiaro, con un pacco di biscotti al cioccolato, le sigarette ed un monumentale portacenere. Non era poi cosí vuota quella stanza a pensarci bene.
Ci tenevo molto a quel racconto, davvero. Ce l'ho ancora da qualche parte.
Credo che l’abilitá dello scrittore di romanzi di appendice sia (anche) decidere dove tagliare l’opera per creare aspettative nei lettori.
Dovrei mettermi in societá con un buon scrittore. Io deciderei dove interrompere la narrazione: sarebbe un succes

pista

Ho messo come sfondo l’immagine comparsa qualche post fa.
Non so quanti post fa. Perché stanotte ho scritto un po’ e non so quanti ce ne escano. Potrebbero essere 2 come 12. Un post per ogni parola.
L’immagine di qualche post fa, non so quanti, é di una semplicitá disarmante. Ritrae una strada di terra battuta. La strada é rossa per via della laterite contenuta nel fondo. La strada é una pista, la chiamano cosí. La vista della pista é in prospettiva. Adoro una via, una strada, una highway, una pista, una creuza in una prospettiva che le fonde all'orizzonte. Sono tutti termini femminili, come le donne devono essere percorse, seguite, mai perse di vista. Non vedi la fine, non vuoi vederne la fine. Se la vuoi vedere fai meglio a cambiare strada.
Non c’é nient’altro, tolta qualche erbaccia ai lati della strada. Il cielo é un cielo che non ho mai visto. Non é vero che la volta celeste é una. Ogni luogo ha la sua.
In questo cielo ci sono talmente tante nuvole che non mi basterebbe un’esistenza per disegnarci gli animali che non esistono se non nella mia testa. Gli animali che non esistono se non nella mia testa sono dispiaciuti per questo mio limite, ma mi spronano comunque a fare il possibile, a percorrere quella via, a bruciarsi la retina fissando quella pista in prospettiva.

11 maggio 2006

()

REDRUM
Parlo con un ragazzo di una ditta che ci fornisce cose. Un fornitore, ecco. Peró a me suona meglio: parlo con un ragazzo.
Mi racconta della sua batteria. Non quella da percuotere in una sala prove.
Quella per l’aceto balsamico. Lui é di Modena. A Modena pare che sia un hobby molto in voga.
Mi spiega tutto: i legni, le quantitá da travasare, le tecniche, l’ambiente ideale, le materie prime.
La batteria di cui mi parla é nuova, appena comprata. C’ha speso una fucilata. Suo padre ne ha giá una ben avviata, quotata un prezzo che ti ci compri una macchina, ma non come la mia, una di quelle grosse che fanno vrooom il sabato sera sul lungomare. Gli chiedo perché l’ha comprata allora, non poteva prendersi in carico quella paterna. Mi risponde con naturalezza: l’ho presa per mio figlio (*).
Decido di mandare in vacca il blog e altri grilli per la testa e comprarmi una batteria per l’aceto balsamico.

(*) Il ragazzo della ditta che ci fornisce cose non ha ancora un figlio.
L’aceto balsamico impiega molto tempo, almeno una decina d’anni, prima di essere considerato pregiato.

una mela al giorno per un totale di tre mele

VUOTITUDINE.
La stanza é vuota, cerco di riempirla con la musica. Metto un CD nel lettore del notebook. Imposto a 100 la barra del volume sul player. Altoparlanti di merda.
La stanza é vuota, il PC non basta. Estraggo il CD, lo metto in quel radiolone tamarro che comprai qualche anno fa per la trasferta. Buon rapporto qualitá-pranzo, c’é addirittura il telecomando. Il telecomando piú inutile che abbia mai visto: senza il controllo del volume. Ma tanto io stasera non lo devo regolare il volume. Do una bella girata in senso orario alla manopola rispetto alla posizione di default con cui ascolto la musica appena sveglio. Pure stamattina alle 5.30.
Finisce la seconda traccia (fuck you man, il finale mantiene le promesse dell’incipit).
La stanza rimane vuota. Non c’é impianto hi-fi che tenga.

UNO AD UNO.
Mi ritrovo a guardare la rubrica sul telefono. Mica per chiamare qualcuno in particolare. Ci sono un sacco di nomi che non sapevo neanche di avere in memoria. Alcuni non so neanche chi siano. Mi chiedo se sia il mio telefono. Il primo della lista é il mio numero, quello del cellulare stesso. É mio, senza ombra dubbio.
Decido di fare un po’ di pulizia etnica, repulisti, tabula rasa. Elimino? Si. Uno ad uno? Certo.
La sensazione quando compare il segno di spunta a confermare l’avvenuta cancellazione é contrastante. Timore che magari quel numero potesse servire, o avere ancora un senso lí in mezzo. Sollievo a non avercelo piú fra i coglioni quando ne stavi cercando un altro.
Una catar-SIM. Questa é pessima, lo ammetto, ma mi é venuta e la scrivo.
Ci sono numeri che avrei potuto togliere giá da un pezzo. Alcuni mai composti, se non per salvarli. Altri composti in un passato che mi risulta decrepito pur nella sua freschezza.
Mi riprometto di farlo piú spesso.

08 maggio 2006

Yes, I am a long way from home



foto presa qua

05 maggio 2006

Django

Vado a memoria:
There’s always something in the air
Sometimes
Suds and soda mix ok with beer
Can I
Can I break your sentiments?
(qua la versione corretta, a posteriori)

Questa la dedico ad un amico. Lo chiamo Django va’, lui sa.

Django – quello vero – non molla mai, anche se é a pezzi e zero probabilitá.
Django ha sempre idee semplici che girano in quella testa dura, quasi sempre coperta dal capellaccio. E se pare che siano solo le idee, il cervello, a governare i suoi spostamenti per le fangose vie della vita (una spanna di mota e una bara dietro, mica roba da tutti i giorni), non bisogna farsi trarre in inganno. Sotto quei vestiti cenciosi c’é ancora un qualcosa, che un tizio autorevole – un francese mi pare – diceva che ha ragioni che la ragione non conosce.

Django ha sacrificato quello che custodiva gelosamente nella bara per arrivare a quella croce. E lasciarsela alla spalle. Allo stesso modo, molla il coltello che dici di tenere in mezzo ai denti e vedi di capire quelle ragioni che la ragione non conosce.
Non si tratta di prendere quel qualcosa, girare la manopola su DEFROST e servirlo per un consumo in fretta e furia: certe questioni vanno affrontate con immensa cautela, in un certo senso (e anche qualcosa in piú) capisco quando mi dici che.
Piano piano, ricordi?
Si tratta invece di farci prendere un po’ d’aria. Una boccata d’aria non la si nega a nessuno, una boccata d’aria aiuta, anche quando sei ciuc stras (*). Ma questo non te lo devo certo ricordare io.

In bocca al lupo per tutto, Django. As sintum

(*) sbronzo marcio (sempre a posteriori)

04 maggio 2006

friday I'm in love (e anche gli altri giorni, chiaro)

crea. Bella parola. Creare.
Non creo post. Li scrivo, quando capita, quando ho tempo e voglia. Soprattutto voglia. Ora non ne ho (piu') voglia, ma paradossalmente lo sto facendo.

In compenso ho dato una ripulita al template. Quei rettangoli mi avevano stufato. Anche qualche link se e' per questo. E' tornato minimale, solo parola scritta. Le immagini, semmai, finiranno nei post.

Un po' di spesa, quelle quattro cose che mancano e poi un occhio svogliato verso i piatti di ieri sera, lasciati li' in umida solitudine. Che' tanto, fare piu' ore del dovuto non ha senso.

Stasera solita cena con solito bicchiere di bonarda, di quella bella spumosa da sposare alla torta fritta e un tagliere di salume. Se ci fossero.

E poi, porta aperta ad una visita di un certo *spessore*. Questa volta dal vivo e non la solita incursione senza senso nei commenti del presente contenitore di facezie.

[domani oltre ad essere un altro giorno e' venerdi', quindi si torna alla base, dalla mia bella, al casolare. Fervono cose, spostamenti. Si potrebbe dire che hanno tutta l'aria di essere dei draft di cose che fanno paura al solo pensiero...sogni, o progetti, ognuno li chiami come gli pare].

vachega

Giornata tranquilla, fin troppo.

L'evento piu' emozionante e' stato introdursi di soppiatto nel bagno delle donne per poter affrontare serenamente certe problematiche intestinali lasciate in sospeso (lapsus freudiano: avevo scritto sospeto). Quelli degli uomini, per una questione cosi' delicata, non vanno mica bene, che' paiono la riproduzione in serie di quello di Trainspotting.

Cosi', passo del giaguaro e via: dentro, chiudendomi la porta alle spalle e predisponendo il tutto per la questione, ormai non piu' procrastinabile. Un giorno potrei anche spiegare come si sviluppa il rito di preparazione per un'impellente catarsi fisiologica.

L'altra cosa emozionante si e' svolta sempre li' dentro. Ho fatto 169 punti a Snake II che rappresenta il mio record personale. Anche perche' era la prima volta che giocavo.
Bisogna pur adeguarsi e in mancanza di una lettura rilassante (ultimamente a casa mi ero fissato con Lupo Alberto) ho optato per questo snervante gioco, gentilmente offerto da Nokia.
Si tratta di investire dei piccoli pixel che dovrebbero rappresentare il cibo del serpente (da cui il titolo del gioco) avendo l'accortezza di non cedere nell'autocannibalismo, ovvero di incocciare con la propria coda che - mangiando le palline stercorarie apparse sul display - via via si allunga.
169, secondo me e' un bel punteggio. E poi la partita mi pareva azzeccata nel contesto, una fine metafora del precesso in atto.

Finito il tutto, partita compresa (169!) ho completato il rito sciamanico e cancellato le prove del mio passaggio.
Stavo per uscire quando ho sentito l'inconfondibile rumore di tacco femminile che giungeva ritmico nel prebagno, quella zona - per intendersi - dove ci sono i lavandini con relativi dispenser di sapone e salviette di carta. Panico.
Fortunatamente la portatrice di tacchi si e' infilata subito in qualche altro cesso per compiere oscure gesta e io sono sgusciato lesto come uno zibellino fuori da questo regno, fino ad oggi appannaggio del genere femminile.

[poi qualcuno mi deve spiegare perche' nel bagno delle donne ci sono le piastrelle linde, gli specchi dimagranti, i copritazza massaggianti e addirittura gli erogatori sempre pieni di sapone e asciugamani di carta e in quello degli ominidi invece ci sono muri bianchi (nella migliore delle ipotesi), dei residui di ceramica bianca (nella migliore delle ipotesi) che un tempo erano funzionali tazze, erogatori di sapone liquido con interessanti incrostazioni (le potrei spacciare per ambra fossile) e mai, dico mai, un rotolo di carta igienica. Che poi si sa quando un uomo ha davvero bisogno della carta igienica, no?]

02 maggio 2006

rent yr gun. And enlarge yr brain.

Il fatto che abbia avuto da dire qualcosa riguardo al concerto del Primo Maggio non significa che sia un guerrafondaio. Tutt'altro. Se c'e' uno che punta al quieto vivere, ecco, quello sono io.
Quindi, chi e' capitato su @llerta cercando "noleggio kalashnikov", beh, ha sbagliato...mira.
Dimostrando, se ancora ce ne fosse bisogno, che qua non ci si trova nulla di quello che si cerca, come il sottotitolo ammonisce puntualmente.

E ora con permesso, esco da questa babilonia dopo 13 ore e cerco di occuparmi delle funzioni primordiali e basilari. Tipo mangiare e dormire. O indurmi alla narcolessia.

primo maggio, il giorno dopo

Cosa c'entrava Skin in mezzo a tutti questi rispettabili musicanti italici? Ah, c'erano i Marlene Kuntz, gli amichetti d'etichetta con cui aveva gia' duettato. E poi: vuoi non far cantare una neralesbicacomunista(©) alla festa del politically correct?
E gli Hard-Fi, chi cazzo sono? (i nuovi Clash? Joe Strummer si stara' rivoltando nella tomba, pace all'anima sua).

E la bandiere con Che Guevara ad una festa che dovrebbe essere quella dei lavoratori e come tale apolitica?
Bisio dice «È questa la nostra risposta a quanti, come quelli che stanno al Grande Fratello, dicono di non sapere che cosa è il 25 Aprile».
Consiglierei a quanti stavano li' coi pugnetti alzati di dare un'occhiata ai libri di scuola o - in mancanza di questi - alla sempre provvidenziale Rete, perche', se pare che la ricorrenza della Liberazione dell'Italia (dovuta all'azione congiunta degli Alleati - al Sud - e del movimento partigiano - al Nord - per liberarci dal merdoso nazifascismo) sia poco chiara, quella del Primo Maggio e' un tantino travisata. Date un'occhiata qua: vi stupirete nello scoprire che la Festa del Primo e' nata in un paese, odiato dai piu', in cui comunismo e' una parola che suona come "no-frost" in Lapponia.
Che poi molti vogliano attribuirle l'origine tre anni dopo a Parigi, durante la Seconda Internazione, e' un altro discorso. Lo devo fare?

Ma quello che piu' di tutto mi da' fastidio, e' vedere le tipe che si agitano sopra le spalle di qualche sfigato.
Primo: non ci pensate a quelli dietro? Gia' sono compressi come sul bus nell'ora di punta, con voi davanti non riescono a vedere altro che i vostri rotoli di trippa tatuata che fuoriesce da quei terribili pantaloni a vita bassa.
Secondo: non ci pensate a quelli sotto? Non siete incorporee, per quanto magre disponete di un certa massa. Senza contare che vi state dimenando come ossesse. Ok che quello sotto e' il vostro gallo, ma non vi sembra il caso di abusare del suo muscoloso affetto?
Terzo: non ci pensate a chi vi guarda da casa? Fate pena, non siamo a Woodstock. E almeno a Woodstock c'era il fango, Hendrix, il flower-power e qualche tetta di fuori.

Accadde oggi

Un anno (e un giorno) fa.