28 aprile 2006

la fine della poesia (non ricordo quando inizió)

(Anni fa) Potevo fantasticare ore sul latrato di un cane che si diffondeva nell'aria greve della notte, da un isolato all’altro. Mettermi alla scrivania rischiarata da una luce fioca e scrivere delle storie, farmi cogliere dai delicati acquarelli della memoria rivolti al bambino serio che ero, o sprofondare in quelli struggenti dell’adolescenza accelerata.

(Ieri notte) Tiro una golata d’acqua dalla bottiglia, chiudo la porta finestra e grattandomi il sedere mi dirigo ciabattando verso il letto. Maledicendo quel dannato cane.

at free wheel

ero talmente spossato che mi son ritrovato a provare commozione (cerebrale, direi) davanti a quel monumentale blockbuster ammerigano di Armageddon.
Sara' stato anche quel Nebbiolo in offerta alla Coop.
O la voglia di tornare a casa, da chi mi aspetta davvero.

Non credo che la Nasa mi cercherebbe se un cazzo di asteroide prendesse la rotta verso questo pianetuccolo gia' disastrato per conto suo. La cosa mi ha dato dispiacere, quasi piu' che vedere Liv Tyler piangere lacrime yankee per l'eroico babbo Bruce. Omo de core, come quelli di una volta.
Turturro invece e' uno splendido e folle rettiloide.

Non so come e' venuto il discorso ma mi sono ritrovato a parlare di un episodio di un passato che vedo talmente lontano che non credo di esserne stato non dico il protagonista ma uno spettatore.
(in questo periodo ho evitato la punteggiatura volutamente per rendere, se possibile, ancora piu' incomprensibile il concetto. Se mai ce ne fosse uno)
E invece ne ero stato - mio malgrado - protagonista. Ne custodisco ancora i segni. Qua, li vedo proprio ora. Magari un giorno diro' qualcosa a proposito, ovvero recuperero' qualche brandello dall'hard disk. Perche' lo fissai poco tempo tempo a imperitura memoria (la mia, evanescente come il peto di una farfalla).

Mi e' venuto in mente perche' e venuto fuori quel discorso. Stavo parlando dell'ultimo evento a Nassiriya. Con chi mi aspetta a casa (davvero).
Tre militari italiani morti, spero si sappia almeno di cosa sto parlando. Solo a me e' venuto fuori il beffardo gioco del palinsesto che ha piazzato Armageddon in prima serata, proprio questa sera?

Poi ho girato canale, ho visto che al Grande Fratello tutti piangevano e si abbracciavano. Come se fossero appena tornati dallo spazio dopo averci salvato il culo. Invece sono usciti da una casa fuori Roma, dopo qualche mese a oziare teleguidati da qualche pinominchia del marketing. E ce li ciucceremo come ebeti per i prossimi mesi in qualunque trasmissione demenziale. Ecco. A questo punto preferisco i baracconi ammerigani.

E ora sono qua a scrivere seduto sul letto, con il retrogusto di quel Nebbiolo (vendemmia 2004) in bocca e via, flusso di (in)coscienza e chi si e' visto s'e' visto.

(e mi viene in mente anche l'analogia fra Armaggedon e la questione della terra del Gattinara dove gli inglesi si sono messi in testa di trivellare a manetta e cavarci un po' di petrolio. Un contadino intervistato ha detto: Sono tutti e due scuri, ma io preferisco il vino. Dannata saggezza contadina)

[come dice il Bui3: buona la prima]

26 aprile 2006

self-made man? no, shit-made man

- Vedi, l’importante é farlo con un cattivone. Se lo fai con lui lo puoi fare. Insomma: devi fare il super-cattivone ed é fatta.

Il cattivone, per il mio collega S. era – in questo particolare contesto – quello che sulla tangenziale procede bellamente per la retta e sgombra via, salvo poi buttarsi in modo ardito et imprevisto a destra, verso l’uscita paralizzata dal traffico.
Quello che in genere si merita le imprecazioni e le corna e le strombazzate di clacson da parte di chi si é messo di santa pazienza in colonna, come si dice facciano pacificamente gli imperturbabili englishmen di fronte a qualunque sportello pubblico e non (che poi io vorrei vederlo un hoolingan con la buzza piena di Elephant a fare la queue alla posta di Liverpool dietro ad un’orda di famelici vecchi in attesa della pensione).

Il mio collega S. sosteneva, mentre io mugugnavo contro il traffico, le mezze stagioni e la burocrazia, che il trucco era identificare un cattivone in prossimitá della nostra uscita della tangenziale, seguirlo e quando questi s’inseriva nella fila di ignare macchine, incunearsi a nostra volta davanti a lui. Avendo lui stesso la coscienza sporca per aver fatto quello stesso sgarbo ad un automobilista, non avrebbe osato suonarci o mostrare in altro modo risentimento verso di noi.

Tutto questo per dire cosa?

Che l’Italia é impregnata di questa morale, del fatto che se si fotte qualcuno che ha giocato sporco non si fa del male, che bisogna farsi furbi, arrangiarsi. Tutto quell’armamentario di furbizia di bassa lega, di piccole meschinitá, di pressapochisimo culturale che ha contraddistinto l’italian-style negli ultimi anni.

E cosí ci troviamo i furbi che scavallano le code in macchina, quelli che si piantano in seconda corsia in autostrada a 100 all’ora perché é piú comodo passare i camion, gli ecomostri, quelli veri, che appoggiano il frigorifero vecchio al bidone sotto casa, quelli che di fronte a qualunque ostacolo, una visita medica, un posto di lavoro, una multa per divieto di sosta sanno chi chiamare per sistemare le cose senza clamore.

Lo fanno tutti, perché non dovrei farlo io?
Non ci si rende conto che lo fanno tutti perché tutti continuano a farlo. A scapito della collettivitá, dell’economia, dell’immagine – ormai una macchietta di sugo a forma di stivale – dell’Italia di fronte agli occhi del mondo.

Si affonda cosí nel clientelarismo da partitino (ma il sindacato tira ancora), nel nepotismo medievale, in questi magnamagna o inciuci che neanche lo scudocrociato nel Mezzogiorno.
Trovatemi un altro Paese che continua a coniare neologismi riferiti al mondo sommerso (e non salvato) della corruzione, delle raccomandazioni, del venir a capo di situazioni critiche con arrangiamenti di dubbia moralitá. Del sovrastare il prossimo piantandolo per terra con delle pedate, come il picchetto di una tenda. Trovatemelo.

Tutto qua.

21 aprile 2006

allerta fear Satana (o era il contrario?)

io non sono autorevole su un cazzo. Forse su un 14% di quello che faccio a lavoro (non e' un numero del tutto casuale). Mi chiedo talvolta perche' la gente venga qua. A cercare cosa.

Ma non e' di questo che volevo parlare.

Quello di cui volevo dire non lo so dire. Perche' non sono autorevole, perche' certe cose sono viscerali, le senti nella pancia, nei peli sulle braccia che si sollevano come il grano schiaffeggiato dal vento (l'avete *ri*visto Io non ho paura l'altra sera? io si e ci e' piaciuto).
Le senti nelle vibrazioni cupe del basso, nella batteria suonata da ben due drummer (uno a sfarfallare sui piatti e l'altro a pestare sulla grancassa. Alla fine di un pezzo ho sentito un tizio dietro: "si, questo batterista e' bravo, ma e' poco dinamico". Avrei dovuto squadrarlo per fissare in RAM una faccia insulsa e cercarlo alla fine, chiedendogli con un sorriso allucinato: "Poco dinamico, eh?"), nell'aprirsi di certe sfuriate chitarristiche che non hanno eguali e se non ci sono (piu') archi e flauti traversi a suggellare la chiusura poco male, si gradiscono anche gli effetti disegnati col Cubase, a distorcere le viscere ancora un po', caso mai ce ne fosse ancora bisogno.

Quando entrano questi quattro tizi qualunque con la giacca della tuta vintage (verde acido) io dimentico di sopportare a malapena tutta la gente li' intorno che non sa, che e' capitata li' per caso, che sta vociando, fischiando, telefonando, fotografando. Dimentico tutto. Sento solo la vibrazione che arriva sulla stoffa dei pantaloni, l'avverto anche nelle palle sotto vuoto dentro i jeans.

Non capisco cosa sta succedendo, che strumenti usano e perche', ma le mani affondate nelle tasche si scaldano e il piede va su e giu', come la testa, un head-banging smorzato e non solo perche' i capelli non sono piu' alla schiena.

Perche' non sono autorevole su un cazzo.

20 aprile 2006

si capisce dove vado?

04 - travel is dangerous.mp3

03 - acid food.mp3

10 we're no here.mp3


- VORREI INIZIARE A TENERE UN BLOG MA HO DEI PROBLEMI...COSA CI DOVREI SCRIVERE?
- SCRIVI LE COSE CHE HAI FATTO O QUELLO CHE PENSI







- CARO BLOG FATTI I #*$$@ TUOI

[The Boondocks e' un'opera di AARON MCGRUDER]

13 aprile 2006

il massimo (la massima) del giorno.

Nullam, Vare, sacra vite prius severis arborem
(Non piantare, o Varo, alcun albero prima della vite sacra)
- Orazio

...la sapevi lunga vecchio mio.
Cioe': a parte Clarabella intendo.

12 aprile 2006

settimania (2).

Continuo imperterrito sebbene vi odi. O forse per quello.

Rientro in casa per pranzo. Non lo faccio mai. Oggi si.
Prendo il vino dal cestello posato per terra. Il vino del mio babbo: ultima vendemmia, annata buona, pare. Imbottigliato da poco.
Sullo spesso vetro vedo l’etichetta: nastro adesivo di carta scritto a penna, bic oserei dire. Reca la scritta “NUOVO”. Strano, in questi casi l’etichetta standard é “+ BUONO”.
Lo scarto dai fogli di giornale con cui mio padre l’ha avvolto con garbo e rapiditá.
Mi scappa da una mano. S’inclina al rallentatore sul pavimento.
É un attimo eppure penso: “mannaggia. Ora ti riprendo e ti stappo”.
É un attimo e non lo riprendo. Tocca il pavimento con un toc sordo. Il culo della bottiglia si stacca, come fosse stato preventivamente tagliato con una sega circolare di diamante e poi incollato dal tizio di Art Attack. Fatto? Si, l’ho fatto. Un bel casino ho fatto.
Un onda rossa si allarga sul pavimento.
Mi urta piú di tutto non poter verificare se la vendemmia é stata davvero buona.
Ma anche il lago vinoso che si sta stabilizzando (conformazione alpina o vulcanica?) necessita di risposte rapide ed efficaci. Prendo lo straccio dei piatti. Inizio a tamponare l’emoragia che sgorga sulle piastrelle. I jeans sul divano, finalmente asciutti, pare che abbiano fatto la guerra nel Carso, la cucitura sulla tasca é un sorriso sardonico che osserva la nuova disfatta. Una macchia tira l'altra.
Strizzo lo strofinaccio piú volte nel lavandino. L’odore é buono. Peccato, prendo l’altra, vendemmia precedente.
Vada come vada.

settimania (1)

Si parte lunedí, é ancora buio. Si viaggia veloce fino alla barriera. Poi il muro. Tangenziale bloccata: incidente.
La spia della riserva m'induce ad una pausa di riflessione. Ad un rifornimento, volendo.
Mi fermo all’autogrill squallido della tange. La pompa del diesel é esaurita. “Vada a quella dei camion laggiú”. Vado.
Faccia attenzione, la pistola é piú grande. Maggiore é la pressione”. Faccio attenzione.
Squilla il telefono, quando sono ormai prossimo ai canonici dieci euro. Rispondo. E non faccio piú attenzione.
Rimuovo la pistola dal bocchettone: la macchina ha un rigurgito. Non ero preparato. Chiudo la telefonata con svariati santi e beati a mo’ di congedo. Gasolio ovunque. E con ovunque intendo ovunque.
Mi disinteresso del rivolo bavoso sulla carrozzeria, m’interessa invece che ovunque comprenda anche i jeans che avrebbero dovuto sostenere la settimana.
Entro nell’abitacolo alzando al cielo-tetto fantasiose e articolate bestemmie. Io non bestemmio (quasi) mai.
Il tanfo di idrocarburo é insostenibile. Mi segno mentalmente una scorta di alberelli profumosi da portare attaccati ai passanti dei pantaloni.
Arrivo in casa dopo piú di un’ora di coda. Metti la prima, togli la prima, il maestro Miyagi mi fa una pippa.
Mi spoglio completamente. Mi rimetto i jeans, senza biancheria sotto. Un brivido sottile quando sto per alzare la zip. Alzo gli occhi. Zip. Salvo.
Entro in doccia. Confido nelle proprietá sgrassanti del Badedas Sogno Rilassante (con estratti naturali di lavanda).
Vada come vada.

10 aprile 2006

I coglioni sono molti piú di due (parrebbe)

A prescindere da dove avete piazzato la/e vostra/e bella/e crocetta/e (il Mulo suggeriva sul legno della cabina elettorale. E lí per lí ho pensato quasi di farlo) e in attesa del primo exit pool, ecco un paio di canzonette dal titolo suggestivo (e con un tiro adeguato al momento).

Are You Ready (For Some Darkness)

Are you ready (for a good time)

Ritorno. Ci potete contare.

03 aprile 2006

lost time have fun

da una segnalazione di Placida Signora, un divertissement per mustelidi e canidi letterari che si trova proprio qua.

Non era brava con le ombre cinesi, ma talvolta le uscivano fuori forme eccentriche.
Erano animali che non esistevano, a cui dava un nome da dimenticare fra le piume del cuscino la mattina seguente.

Questo peró se lo sarebbe anche potuto ricordare: la forma sulla parete era quella di un cane, tozzo, con le zampe corte e la coda sollevata a mo’ di antenna festosa.
Al centro c’era un vuoto, una sorta di ellissi con gli estremi appuntiti e nel mezzo un punto. Un occhio con la pupilla praticamente, come quella che in segno di beffa aggiungeva al voto negativo quella megera di Disegno, quando la proiezione del tronco di cono tracciata col curvilineo veniva male.

Eppure le mani erano congiunte, sovrapposte, non capiva come potesse rimanere quel buco sulla parete. Provó a muoverle, farle scivolare una sull’altra come quando ci si lava le mani, ma nulla da fare. Le zampe si muovevano, la coda si alzava e abbassava ritmicamente ma quel vuoto, il cono di luce riflesso dall’abat-jour rimaneva, cosí come quel tondino scuro nel mezzo. E standoci attenti pareva che s’ingrandisse pure.

“Caneddu” questo fu il nome di battesimo di quella creatura d’ombra. Ma non ebbe modo di ricordarlo perché quello che sembrava un occhio era in realtá una bocca che la divoró.

02 aprile 2006

Non fatevi prendere dal panico

Ok, panic.