27 marzo 2006

pausa

Vorrei essere seduto su uno dei water che frequento abitualmente (due), leggere una rivista di fumetti - la mia rivista di fumetti - e poi traslarmi sul letto con un salto. Vestito. Come Fantozzi.
Certo, prima il bide', non lo dimentico mica.

Invece sono a lavoro, tempo uggioso, lunedi', una levataccia sulla schiena e una mattinata piuttosto pregna di contenuti escatologici. Tipo: quando ti scappa, salta fuori sempre un lavoro urgente da fare o qualcuno che ti chiede qualcosa di improcrastinabile.
Una marea di cose da fare, che non sapendo da dove iniziare, per oggi rimangono per l'appunto da fare. E la prospettiva di un mini-trasloco con annessi e connessi. Insomma: 'na chiavica di giornata.

La settimana scorsa e' arrivata pero' una lieta novella, che apre di certo nuovi e rosei orizzonti. Vivro' e vedro'. Anzi, vivremo e vedremo.

Mi colgo in un raro momento di cazzeggio, per cui colgo la palla da Andrea (che non risponde ai commenti, ma si perdona anche).

Four jobs you have had in your life
1) field engineer
2) shit-vacuum-cleaner
3) the guy at telephone exchange (military service)
4) peasant

Movies you would watch over and over:
1) some horror movies
2) some of Tarantino
3) Mediterraneo
4) Dead Poets Society

Four places you have lived:
1) Genova, Ita
2) Kuwait City, Kuwait
3) Seoul, South Korea
4) Milano, Ita

Four TV shows you love to watch:
1) Blob
2) Scrubs
3) The Simpson
4) South Park

Four websites I visit daily:
1) my blog
2) my company intranet
3) internet e-mail
4) google

Four of my favorite foods:
1) pizza
2) pasta
3) fish
4) chocolate

Four places I would rather be right now:
1) in bed
2) in bathroom
3) at home
4) in my hometown

Four things I always carry with me:
1) mobile phones
2) wallet
3) a lot of keys and tools
4) laptop

25 marzo 2006

si volta

Si volta. Uno sguardo gettato dietro, sui presenti e poi di nuovo rivolto avanti.
Lo sguardo é indecifrabile, un sorriso stirato, un ghigno rattrappito. Un’espressione di attesa non ancora delusa.
Prima abbozzando un’impercettibile rotazione della testa. Poi una torsione del busto, con crescente scostamento angolare.
La frequenza aumenta, cosí come il tempo passato a scrutare dietro, chissá che, chissá cosa.

All’inizio pareva solo impazienza, magari aspettava qualcuno che non era ancora arrivato. Poco dopo l'idea é crollata, come foglie di piombo nell’autunno.

Continua a farlo, senza guardare nulla in particolare. Sempre guardando sopra la propria spalla destra.
É senza ritegno, fuori luogo. Insopportabile.

Si fa avanti l’idea che sia un pazzo. Magari capitato per caso. O l’attore di una candid-camera di cattivo gusto.
É sicuramente un pazzo, nessuno si puó girare cosí spesso. Tutti sono rivolti in avanti.
L’abbigliamento, pur non avendo nulla in particolare, avvalora l’ipotesi del pazzo, o del tizio arrivato per sbaglio. Una giacca a vento azzurra.

Un uomo dietro a lui si gira a sua volta per vedere cosa sta osservando, per capire se é lui l'oggetto di tutti questi controlli ossessivi.

Perché poi la giacca a vento azzurra fa parte del vestiario degli insani di mente nel mio immaginario?
Questo mi chiedo mentre sta volgendo al termine.

Mi pare che stoni, che non c’entri nulla. Abbasso gli occhi per non incontrare i suoi, tre file piú avanti: mi urta, non posso farci nulla, anche se non sta guardando me.

Quando il sacerdote si avvicina con l’acqua santa e l’incenso e tutti si fanno il segno della croce a tempo, lui esce dalla panca e gli si affianca, dondolando lievemente da una gamba all’altra.

Mia madre, in silenzio fino a quel momento, mi sussurra: Lo vedi quel ragazzo. É disabile, guarda come é agitato. Era il suo vicino di casa, gli era attaccatto. Gli voleva bene.
Chiude la frase congiungendo il pollice e l’indice, per ribadire il concetto che erano proprio vicini, nonostante la differenza d’etá, lui fosse un handicappato mentale e l’altro, quello dentro la cassa, un uomo di poche parole, quelle poche dette a voce sempre altissima, spesso in dialetto.

Quando esco dalla chiesa dietro alla bara, con l’odore persistente e acre dell’incenso ancora nel naso, non posso fare a meno di provare un dispiacere secco per quel ragazzo dalla giacca a vento azzurra.

Un sole sbiadito giustifica gli occhiali scuri.

17 marzo 2006

redivivo e redivegeto

She comes into my mind twisting thru my nerves I don't understand a word she says she's on my side I love her all the time [Thurston Moore]

Quando da piccolo - ma neanche troppo - mi mettevano la bistecca davanti, la osservavo scrupolosamente prima di iniziare il rito del taglio.
La infilzavo con la forchetta, la sollevavo dal piatto quel tanto che basta per inclinare un poco il capo e guardare l'altro lato, quello che era rimasto fino all'ultimo a contatto indiretto col calore della fiammella blu (the dark side of the steak).
Iniziavo a sezionarla, piccoli tagli precisi a disegnare un reticolo che avevo in testa dopo la precedente e prolungata osservazione. Mi tenevo per ultimo le parti meno appettibili, quelle piú grasse, con cui avrei fatto i conti alla fine, quando il terreno di battaglia era piú sgombro.
Mettevo da parte i nervi, usando il coltello come un bisturi. Operavo tagli chirurgici per asportare quelle parti che altrimenti, una volta planate in bocca, mi avrebbero costretto ad una masticazione ingolfata, col rischio di conati psicologici, e non solo, fino a sputare nel piatto un bolo al alto contenuto proteico e con inquietanti striature biancastre.

Mio padre diceva allora: E quello lí, cosa c’ha che non va?
Rispondevo: C’ha i nervi pa’.
Replicava lui: Nella testa ce l’hai i nervi. E con una forchettata rapida prendeva i miei scarti e se li metteva nel piatto per mangiarli di gusto. In fondo era lui quello che commentava soddisfatto la bontá del bollito. Praticamente un fascio di nervi.
Apprezzavo la maestria del gesto, oltre al ringraziamento sottinteso per avermi risparmiato l’onta dell’avanzo.
Era una pantomima collaudata: bastava superare lo scoglio della prima domanda, l’occhiata di bonario rimprovero e in un attimo si arrivava alla frutta. O al dolce, come m’insegnava il Pranzo Servito.

Dopo ci sono stati la naja, con la carne congelata nel ’73 e le trasferte all’estero, in cui avevo smesso di farmi troppe domande su cosa mi trovavo nel piatto. Chiudere gli occhi e masticare bovino, sognando la cucina di casa era la soluzione per non deperire, almeno fisicamente. E nonostante questa cecitá alimentare autoindotta, sette chili persi in due mesi fu il verdetto della bilancia quando tornai, dopo la prima volta laggiú (che poi la latitudine era pressoché la stessa, ma noi colleghi si diceva sempre laggiú, come ad indicare un posto infinitamente lontano ed esotico).

Ancora oggi credo che mio padre non avesse tutti i torti. Nella testa c’ho i nervi.

07 marzo 2006

a

riesco a malapena ad aggiungere un link, figurarsi scrivere un post.
Non e' solo questione di tempo. E' questione di limitate capacita' mentali (temporanea?).
Se qua dentro (si tocca la testa con un dito. Il rumore e' preoccupantemente vuoto) ci fosse il controllo di prestazioni - tipo task manager di windows - ci sarebbe una riga di applicazioni che non rispondono, la CPU inchiodata al 100% in una riga dritta dritta, soave come il confine dell'orizzonte sul mare mansueto di fine estate. (Come se ci si potesse davvero arrivare al 100%).
Non aspettatevi nulla di nuovo. Non aspettatevi nulla in generale.
Non passate neppure va'. Tanto i contatori vanno presi per quello che sono. Numeri appunto.
E un blog non e' numeri, ma parole.
Qua, di quelle, non se ne vedono da un pezzo.

01 marzo 2006

Ma non era nudo? No, grigio.

L’ho menata abbastanza con questa recensione. Bene, é venuto il momento di farla.
Potrei riprendere in mano il blog con altri argomenti, ma sono ancora troppo incollato alle vicende di questi giorni che ne uscirebbero dei post pesanti, poco comprensibili ed estremamente intimi. Roba da appiccarci subito il fuoco insomma.


Partiamo dalla prima impressione, la veste grafica. Minimalista, praticamente all’osso: sembra quasi un autoproduzione con copertina ruvida e un adesivo di quelli che potresti trovare nelle vecchie videocassette vergini per scriverci i titoli dei film.
E infatti c’é stampato sopra il titolo: “Il pasto grigio”, grigio, come la copertina di cartoncino. Il carattere all’interno é sufficientemente piccolo da scoraggiare lettori poco caparbi. Bene.
Precisazione soggettiva ed estranea alla recensione: detesto le copertine patinate, la maggior parte delle immagini (foto o disegni) delle copertine e ripudio – almeno durante la lettura – le sovracopertine. Preferisco di gran lunga le versioni tascabili, quelle economiche, piccole, con copertine grezze.
Quindi questa edizione mi garba, sta addirittura nella tasca dei jeans (ma non ce la porterei mai perché sono un feticista dei libri).

Veniamo dunque al contenuto, a quello che quell’insieme di minuscoli caratteri disposti in fila trasmette al lettore. Cioé io. Quello che trasmette a voi non lo posso certo sapere.

Il protagonista é un giovane, Matteo immerso nel grigio metropolitano di Torino.
L’avrete vista di recente in televisione nel suo vestito olimpico, tirata a lucido nei suoi scorci migliori, ma Torino rimane ai miei occhi una citta eternamente grigia, di una tonalitá di grigio diversa da quella dell’altra metropoli del nord per eccellenza, Milano.
Torino ha un grigio compassato, austero e di cui va fiera. É un grigio di altri tempi come una foto in bianco e nero che invece di ingiallire assume sfumature del grigio, ma che si schiude in inaspettati angoli di colore, di calore, con la sagoma inconfondibile delle Alpi che si innalza per lo sguardo addestrato dei suoi abitanti, filtrando fra un edificio e l’altro.
La cittá ne “il Pasto grigio” pare abbia un volto, multiforme a seconda delle zone e dell’ora del giorno, ma comunque una vera e propria espressione, al contrario degli altri personaggi, che paiono de-personalizzati – seguendo ironicamene la strada dell’autore e della casa editrice de-titolati – depauperati del loro volto, avulsi dall’intreccio narrativo in cui si muove con passo claudicante, ma non per questo esitante, Matteo.
Demetrio Paolin dosa sapientemente le informazioni su Matteo, disseminando qua e lá qualche dato che accresce l’aura di mistero, ma fino al capitolo 14 rimane comunque il sospetto che siano solo depistaggi, anticipazione fasulle che sfoceranno da lí a poco in una bolla di sapone, niente piú che atteggiamenti eccentrici del solito asociale calato nel contesto della grande cittá e alle prese con una sequenza di personaggi assortiti.
Invece no.
Al capitolo 14 viene rivelato il mistero, la vera natura di questo giovane un po’ filantropo un po’ solitario, dagli interessi extralavorativi (il calcio e le begonie), coltivati – é il caso di dirlo – con metodo scientifico al limite della maniacalitá.
Ci si aspetterebbe da qui in poi un aumento della tensione narrativa, un ritmo che incalza vertiginosamente ora che le carte sono state finalmente scoperte.
Invece no.
Come suggerisce il segnalibro (che sostituisce la quarta di copertina, lasciata – pensa te – grigia) non é un vero e proprio noir, ma un “grigio urbano”.
Paolin si scosta dal filone derivato a sua volta dall’hard boiled, rigettandone schemi narrativi e stereotipi: la storia prosegue fra alterne vicende che vedono il nostro agire come altero automa, mosso da fili che lo vogliono strumento “asettico e sterile” nelle mani degli uomini.
Anche quella che parrebbe una fuga dal grigio, l’intermezzo sentimentale pur nella sua atipicitá e caducitá, viene spazzata via nel capitolo 20, dove il tema del volto, della perdita d’identitá (altrui) viene portato a livelli estremi di cinismo. E di ironia, questa volta nera, che piú nera non si puó (da incorniciare il messaggio lasciato in segreteria con cui si chiude il capitolo).

Io non desidero nessuna speranza. Io faccio quello che devo
Tenendo fede a questa affermazione, chiusa di uno dei dialoghi-confessioni piú intensi, nel quale le motivazioni del suo agire vengono esposte freddamente come organi interni messi in ordine sul tavolo di un obitorio, Matteo mantiene una promessa fatta all’inizio della storia.
Quello che al capitolo 7 poteva apparire un pegno eticamente discutibile, appare ora come il giusto epilogo, affrontato con toni smorzati, lievi. Affiora quasi la sensazione che per la prima volta lo strumento Matteo (l'elettrobisturi, per sua stessa definizione) non abbia agito mosso da altre mani, da altre menti, ma solo dalla compassione, l'unico colore fattosi largo fra il grigio dominante.

Dunque: mi é piaciuto o no? Si, mi é piaciuto. É scritto bene, e con scritto bene intendo che non ci sono parole o frasi fuori posto.
Lo stile é secco, asciutto, come si addice alla storia. Potrebbe essere lo stesso protagonista a parlare, ma é tutto narrato in terza persona. I verbi sono al passato, ma nei passaggi piú violenti le gesta vengono coniugate al presente, quasi a dare un taglio piú realistico alla scena.
La storia é montata ad hoc, come detto in precedenza e il finale non delude.

Io ci ho visto qualche eco di “Un giorno dopo l’altro” di Lucarelli, non tanto nell’intrico, ma nella caratterizzazione del protagonista, nel suo essere al di sopra delle parti, quanto in certi tratti del carattere, specie nei rapporti con gli altri e nella cura maniacale verso i particolari.

Ma immagino che il buon Demetrio magari non conosca nemmeno Lucarelli. E io sia, il solito fissato per i paragoni.

“lei non crede in Dio? Come fa?”
“quando moriamo il cuore smette di pompare, il cervello di pensare, il corpo trova pace. E nulla.”