L’ho menata abbastanza con questa recensione. Bene, é venuto il momento di farla.
Potrei riprendere in mano il blog con altri argomenti, ma sono ancora troppo incollato alle vicende di questi giorni che ne uscirebbero dei post pesanti, poco comprensibili ed estremamente intimi. Roba da appiccarci subito il fuoco insomma.
Partiamo dalla prima impressione, la veste grafica. Minimalista, praticamente all’osso: sembra quasi un autoproduzione con copertina ruvida e un adesivo di quelli che potresti trovare nelle vecchie videocassette vergini per scriverci i titoli dei film.
E infatti c’é stampato sopra il titolo: “Il pasto grigio”, grigio, come la copertina di cartoncino. Il carattere all’interno é sufficientemente piccolo da scoraggiare lettori poco caparbi. Bene.
Precisazione soggettiva ed estranea alla recensione: detesto le copertine patinate, la maggior parte delle immagini (foto o disegni) delle copertine e ripudio – almeno durante la lettura – le sovracopertine. Preferisco di gran lunga le versioni tascabili, quelle economiche, piccole, con copertine grezze.
Quindi questa edizione mi garba, sta addirittura nella tasca dei jeans (ma non ce la porterei mai perché sono un feticista dei libri).
Veniamo dunque al contenuto, a quello che quell’insieme di minuscoli caratteri disposti in fila trasmette al lettore. Cioé io. Quello che trasmette a voi non lo posso certo sapere.
Il protagonista é un giovane, Matteo immerso nel grigio metropolitano di Torino.
L’avrete vista di recente in televisione nel suo vestito olimpico, tirata a lucido nei suoi scorci migliori, ma Torino rimane ai miei occhi una citta eternamente grigia, di una tonalitá di grigio diversa da quella dell’altra metropoli del nord per eccellenza, Milano.
Torino ha un grigio compassato, austero e di cui va fiera. É un grigio di altri tempi come una foto in bianco e nero che invece di ingiallire assume sfumature del grigio, ma che si schiude in inaspettati angoli di colore, di calore, con la sagoma inconfondibile delle Alpi che si innalza per lo sguardo addestrato dei suoi abitanti, filtrando fra un edificio e l’altro.
La cittá ne “il Pasto grigio” pare abbia un volto, multiforme a seconda delle zone e dell’ora del giorno, ma comunque una vera e propria espressione, al contrario degli altri personaggi, che paiono de-personalizzati – seguendo ironicamene la strada dell’autore e della casa editrice de-titolati – depauperati del loro volto, avulsi dall’intreccio narrativo in cui si muove con passo claudicante, ma non per questo esitante, Matteo.
Demetrio Paolin dosa sapientemente le informazioni su Matteo, disseminando qua e lá qualche dato che accresce l’aura di mistero, ma fino al capitolo 14 rimane comunque il sospetto che siano solo depistaggi, anticipazione fasulle che sfoceranno da lí a poco in una bolla di sapone, niente piú che atteggiamenti eccentrici del solito asociale calato nel contesto della grande cittá e alle prese con una sequenza di personaggi assortiti.
Invece no.
Al capitolo 14 viene rivelato il mistero, la vera natura di questo giovane un po’ filantropo un po’ solitario, dagli interessi extralavorativi (il calcio e le begonie), coltivati – é il caso di dirlo – con metodo scientifico al limite della maniacalitá.
Ci si aspetterebbe da qui in poi un aumento della tensione narrativa, un ritmo che incalza vertiginosamente ora che le carte sono state finalmente scoperte.
Invece no.
Come suggerisce il segnalibro (che sostituisce la quarta di copertina, lasciata – pensa te – grigia) non é un vero e proprio noir, ma un “grigio urbano”.
Paolin si scosta dal filone derivato a sua volta dall’hard boiled, rigettandone schemi narrativi e stereotipi: la storia prosegue fra alterne vicende che vedono il nostro agire come altero automa, mosso da fili che lo vogliono strumento “asettico e sterile” nelle mani degli uomini.
Anche quella che parrebbe una fuga dal grigio, l’intermezzo sentimentale pur nella sua atipicitá e caducitá, viene spazzata via nel capitolo 20, dove il tema del volto, della perdita d’identitá (altrui) viene portato a livelli estremi di cinismo. E di ironia, questa volta nera, che piú nera non si puó (da incorniciare il messaggio lasciato in segreteria con cui si chiude il capitolo).
“Io non desidero nessuna speranza. Io faccio quello che devo”
Tenendo fede a questa affermazione, chiusa di uno dei dialoghi-confessioni piú intensi, nel quale le motivazioni del suo agire vengono esposte freddamente come organi interni messi in ordine sul tavolo di un obitorio, Matteo mantiene una promessa fatta all’inizio della storia.
Quello che al capitolo 7 poteva apparire un pegno eticamente discutibile, appare ora come il giusto epilogo, affrontato con toni smorzati, lievi. Affiora quasi la sensazione che per la prima volta lo strumento Matteo (l'elettrobisturi, per sua stessa definizione) non abbia agito mosso da altre mani, da altre menti, ma solo dalla compassione, l'unico colore fattosi largo fra il grigio dominante.
Dunque: mi é piaciuto o no? Si, mi é piaciuto. É scritto bene, e con scritto bene intendo che non ci sono parole o frasi fuori posto.
Lo stile é secco, asciutto, come si addice alla storia. Potrebbe essere lo stesso protagonista a parlare, ma é tutto narrato in terza persona. I verbi sono al passato, ma nei passaggi piú violenti le gesta vengono coniugate al presente, quasi a dare un taglio piú realistico alla scena.
La storia é montata ad hoc, come detto in precedenza e il finale non delude.
Io ci ho visto qualche eco di “Un giorno dopo l’altro” di Lucarelli, non tanto nell’intrico, ma nella caratterizzazione del protagonista, nel suo essere al di sopra delle parti, quanto in certi tratti del carattere, specie nei rapporti con gli altri e nella cura maniacale verso i particolari.
Ma immagino che il buon Demetrio magari non conosca nemmeno Lucarelli. E io sia, il solito fissato per i paragoni.
“lei non crede in Dio? Come fa?”
“quando moriamo il cuore smette di pompare, il cervello di pensare, il corpo trova pace. E nulla.”