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Vorrei/dovrei scrivere di libri che ho letto/leggo.
No, non adesso, come la pubblicitá (mi pare sia Findus, vogliate apprezzare i riferimenti aulici) con Perfect Day di Lou Reed in sottofondo (Ewan Mc Gregor sprofondava intanto nel tappeto della Madre Superiore: mai vista un'overdose cosí dolce).
Non me ne voglia uno degli autori che potrebbe ripassare nei dintorni, ma non ho il libro sottomano – l’ho giá finito, e non l’ho (ri)messo in valigia – e non mi riesce a dirne qualcosa degno di essere definito recensione. Abbia pazienza questo autore de-titolato: quando passerá questa girandola di eventi mi cimenteró nello scalpellare in questo spazio il mio modesto punto di vista, niente di piú che un’accozzaglia d’impressioni e analogie colte fra una riga e l’altra; di certo non sará mai una recensione per menti illuminate come quella su Tutto Libri, di cui riporto in corsivo lo stesso stralcio appuntato da Demetrio.
"Affascinante, questa idea di purezza. Finalmente la coscienza è messa a tacere. La nuda realtà sembra per una volta avere la meglio. Ci si muove, per dirla con Deleuze, in uno spazio liscio".
Deleuze chi? Oppure - versione citazionista- Deleuze, chi era costui?
Intanto sappia - l'autore, non certo questo monsieur Deleuze - che m’é piaciuto, se per piacere si puó intendere la sensazione di sentirsi scivolare una colata a livelli di grigio fra le scapole.
Scriverei di quella pattinatrice cinese che é stata disarcionata dal suo omonimo - cinese pure lui, un certo mister Zhang - e che, con un ginocchio tumefatto, ha ripreso l’esibizione per poi conquistare l’argento fra gli applausi del Palavela.
Sono cose che mi riconciliano col mondo: applaudo come un bambino soddisfatto davanti al mediocre 15 pollici Mivar, standard alberghiero dei tre stelle senza troppi fronzoli.
Poi penso: quando si cade non é detto che ci si rialzi subito, tanto meno che si vinca qualcosa. Quando cadi sanguini e magari rimanere un po’ a terra non é la peggiore idea che ti possa passare per la testa, ché c’é giá poco spazio, occupato dal dolore lancinante o dall’imbarazzo del tonfo.
Rimanere a terra, un sit-in invololontario e oneroso, mentre si allontana con un gesto infastidito della mano chi ti corre incontro per vedere che é successo. Spesso é solo curiositá morbosa, la stessa che fa rallentare gli automobilisti quando nell’altra corsia dell’autostrada c’é un incidente.
Potrei farlo raccontando di questo lavoro che mi burattina in giro per la penisola e va bene che ora é solo questo stivale logoro e pronto per una lucidatatura di facciata. (*)
Nei vari burattinaggi si conoscono altrettante realtá, squarci superficiali di altre esistenze, ma il piú delle volte che torno in un posto annaspo nel ricordare i nomi, i posti, le strade per ripetere quel tragitto lavoro-albergo che invischia due volte al giorno in una routine cui si chiede un epilogo senza approssimazione. Un epilogo che diventa prologo di un altro tragitto lavoro-albergo, di altri posti, di altre facce cui non so associare un nome di battesimo. E talvolta nemmeno un cognome.
(*) (Stucco e pittura fan bella figura, si dice in dialetto dalle mie parti, e alla luce dei recenti lavori in questa casa che sta prendendo un’altra forma, una nuova vita, non posso che confermare e approvare il buon senso degli antichi)
Niente di tutto questo, la suddetta girandola oggi si é rivelata particolarmente vorticosa.
Gli eventi sono diventati etrenta e ora ho tutto in testa ma non riesco a dirlo.
Ho anche qualcosa qua, in un angolo foderato e richiuso col velcro, ma non lo apro spesso: il velcro va sollevato lentamente, per non fare rumore, merita un silenzio dilatato dalla comprensione, da quegli sguardi che solo tu puoi darmi.


