Jeong mi piaceva, era un dritto, di quei dritti che sanno stare al mondo, ma che non danno motivo di preoccupazione se gli volti le spalle. Ragion per cui passavo parecchio tempo in sua compagnia. Jeong sul lavoro era preciso e capiva al volo quello che c’era da fare. Mentre gli insegnavo qualcosa che da lí a 10 minuti avrebbe fatto con meno difficoltá di me, parlavamo e parlavamo. Quando non gli veniva una parola sorrideva, quando non veniva a me tiravo un accidenti.
Seppi cosí che era finito in prigione e la sua ragazza era ancora dentro. Per certe manifestazioni contro il Governo. Da quella parti non scherzavano molto con chi si toglieva il paraocchi del fintobenessere tecnologico, tant’é che i cugini del nord erano guardati ancora con estremo sospetto e una certa tensione a basso voltaggio era avvertita anche da chi era estraneo alle vicende del Paese. Comunque prima di allora avevo pensato che ci fosse la democrazia come da noi. Cioé, come s’intende da noi.
Invece no. Mi raccontava che quando frequentava l’universitá aveva iniziato a stampare da Internet il Manifesto di Marx e – pagina dopo pagina, giorno dopo giorno – era riuscito a portarlo fuori dalla facoltá, occultandolo sotto la giacca. Se l’avessero beccato avrebbe rischiato un’altra incarcerazione. Toh, chi si rivede, la censura.
Jeong suonava la chitarra in un gruppo e naturalmente nelle sue vene scorreva il fuoco grezzo del rock. Provavo a fargli sentire qualche gruppo italiano, lui rideva e per tutta risposta mi parlava dei Rage Against The Machine. Sapeva che mi stavo per perdere il concerto in Italia (oltre al danno, la beffa: erano passati in tour anche lí, qualche giorno prima che atterrassi) e senza cattiveria, solo per un sano sfottó, me lo ricordava ogni tanto.
I RATM in quel periodo stavano per uscire con The Battle Of Los Angeles e lo scioglimento non se lo sognava ancora nessuno. Mi fece sentire - in anteprima rispetto all'uscita dell'album - il singolo Maria in MP3. All’epoca non sapevo neanche cosa fossero gli MP3. L'album me lo comprai lí, in CD e in cassetta per poterlo ascoltare anche in macchina.
Mi raccontava che da loro per fare strada nella musica ci volevano di molti soldi e gli unici che ci riuscivano erano figli di papá straviziati che si potevano permettere strumentazione e sala. Gli altri, improntati, piú per necessitá che per scelta di vita, sull’etica D.I.Y., cercavano di smuovere l’immobilismo musicale clonato da MTV con una scena alternativa che abbozzava proprio in quegli anni i primi passi.
Cercavo di spiegargli che da noi c’erano i Centri Sociali, nei quali, oltre all’impegno politico a cui uno poteva prendere parte o meno, si poteva iniziare a suonare. Molte gruppi famosi, in Italia, avevano iniziato cosí. Jeong mi guardava e non riuscivo mai a capire se avesse afferrato il concetto di Centro Sociale. Social Center non é che dicesse molto neanche a me.
Qualche volta pranzava con noi: c’eravamo comprati un fornello a gas, ma diverso da quelli che si trovano solitamente nei negozi di articoli per campeggio. Si facevano piatti semplici: un piatto di pasta, due fettine di carne, vuoi perché molti ingredienti non erano reperibili, vuoi per risparmiare tempo, perché il lavoro procedeva tra mille difficoltá.
Mi ricordo quando si stupí di come si facessero gli spaghetti al pomodoro, piatto elementare per eccellenza. Gli chiedemmo cosa non gli tornava della nostra ricetta e lui rispose che oltre ad aver sempre sospettato che il sugo fosse ketchup (espressioni di orrore sui nostri volti indoeuropei), credeva che gli spaghi (Moccagatta era la marca. Ma dico, una marca piú sfigata no?) si buttassero nell’acqua da subito. Forse perché da loro si usa trangugiare - sorbendo e ruttando alla fine - delle zuppe preconfezionate con noodles (spaghetti piú sottili di riso o soia) e diversi ingredienti di ignota provenienza, in cui si aggiunge un po’ di acqua calda e voilá, il capolavoro é pronto.
Ma la cosa piú strabiliante di Jeong é che, dapprima con la curiositá che si addice alle persone intelligenti, poi con sempre crescente dedizione, inizió a bere il caffé della nostra moka.
Non solo: alla mattina arrivava poco prima di noi e la preparava, seguendo alla lettera le istruzioni che gli avevamo dato quando ci chiese i segreti per un buon “espresso coffe”.
E ogni mattina, ancora prima di aprire la porta di quel container che faceva da ufficio, spogliatoio, magazzino, mensa e bar, si poteva sentire un buon aroma di caffé provenire da dentro.
Pareva, anche se solo per un attimo, una frazione di secondo in cui le narici si dilatavano e gli occhi si chiudevano per poter meglio apprezzare l’invitante odore di arabica che gorgogliava nella moka di casa, di essere in Italia e non a 11 ore di volo.
E tutto questo grazie a Jeong (o come tutti dicevano John).
Questo post glielo devo, ovunque esso sia.
[buona la prima, come sempre quando non ne ho piú voglia]