28 ottobre 2005

Happy post for happy people

C’é poi questo sport (perché é uno sport) che sto praticando da qualche tempo in maniera coordinata e continuativa.
I progressi sono lentissimi, dovuti esclusivamente alla mia ostinata caparbietá (mai il confine fra testardaggine e idiozia fu piú labile), visto che sto apprendendo i rudimenti da solo e non c’é un cane che mi dá una dritta (no, non sono le pippe, spiritosoni). É che io vorrei non dico eccellere, ma che mi riuscissero facili anche cose che per i principianti, brutta e temuta razza alla quale appartengo in questo contesto, facili non sono. E non funziona cosí, ché ci vuole abnegazione, pazienza e sudore. Ok, capita l’antifona, umiltá mode ON.

C’é questo blog anche, che ogni tanto mi chiedo che lo tengo a fare. In fondo ce ne sono cosí tanti, alcuni interessanti, altri divertenti, altri qualcosa che non saprei come definirli, che potrei limitarmi a leggere e finita lí. Invece ci casco, dilazionando post che boh. Ma va bene cosí, non chiudo mica.

Oggi peró va meglio, uh se va meglio, oggi é rock. Tanto per iniziare é venerdí. Poi c’é la prospettiva di un bel po’ di giorni lontano da questo mesto luogo di lavoro e logorio, ché lavorare stanca, ma per me logora piú che altro.
C’é il sole che mi aspetta a casa.
E una ragazza (ehi, la mia ragazza) che mi aspetta, un po' come il sole, e che compie gli anni e quindi si festeggia, un po’ fra di noi, un po’ con gli amici e si, dai, anche la famigghia. Auguri Ti’ (che non sta per Tiziana o Tirannosaura, ma cazzi miei, tu sai).

E il pensiero del 9 rimane ancora nebuloso e, insomma, in fondo é ordinaria amministrazione.

Il presente spazio rimarrá forse abbandonato a se stesso per qualche tempo, si prega di non calpestare le erbacce e disturbare i parassiti che vi si annideranno. Se le cose persistessero, ovvero: se il post lassú in alto fosse sempre lo stesso, é cosa gradita verificare altresí che non ci sia puzza di cadavere dietro la porta. Io lo dico, non si sa mai.

Only Happy when It [does not] Rain(s)

ieri giornata no (o lenta, per dirla alla Celentano: non lo vedo, ma non si parla d'altro).
Per dire, il lavoro: la carriera non é certo una parola che rientra nella mia top-ten delle cose per cui vale vivere (mi ricordo la megaclassifica di Cuore: c’erano topics degni di nota e che meriterebbero uno studio approfondito).
Ma visto che, volente o nolente, il lavoro occupa quasi un terzo dell’esistenza, ogni tanto mi chiedo che ci sto a fare. Se é quello che mi piace fare e, se mi piace, se apprezzo il modo, le opportunitá, che mi vengono date per farlo. Ultimamente non molto e temo che non sia per la nebbia autunnale.
Ma le premesse per un cambio *radicale*, da qua a non si sa bene quando, ci sono. Da quando ho iniziato a lavorare, almeno una volta all’anno, c’é sempre stato un cambio consistente del tipo di occupazione e/o del posto in cui esercitarlo. Le possibilitá della grande azienda…
Comunque ieri, per la legge di Murphy applicata alla tecnologia, due casi esemplari.
1) C’é un’entitá, chiamiamola cosí, che non funziona e giustamente sono chiamato in causa: impiego circa un’ora per sostituirla, fra estrosi anatemi a denti stretti e contusioni (si, quando si rompe qualcosa, metterci le mani é sempre maledettamente scomodo). Rimpiazzo l’ambaradan vecchio con un ambaradan nuovo di zecca, lo sistemo a regola d’arte, lo provo. Funziona, o quanto meno sembra funzionare tutto. Oggi mi segnalano che il mal funzionamento persiste.
Le possibili cause dell’anomalia erano due. Ovviamente ho optato per quella piú scontata e dal tempo di risoluzione (e dalle conseguenti imprecazioni) piú alto. Rimane l’opzione due, ma passo il testimone, ché mi sono tediato oltremodo. Un giorno o l'altro pubblicheró la mia pratica guida per il troubleshooting. 14 slides che illustrano come non schiumare rabbiosi quando qualcosa si rompe (e i cocci sono suoi).
2) Non mi funziona piú la connessione aziendale. Che vuol dire zero posto e soprattutto zero internet. Mi ricordo che qualcuno aveva mandato una email per avvisare che sarebbe cambiato il proxy. Contatto quel qualcuno (grazie qualcuno!) e stiamo quei ventidue minuti al telefono, facendo prove, cambi d’impostazioni, vari log-off e restart assortiti. Poi il colpo di genio. Prova a fare un ping, mi dice qualcuno. Pingo il server. Il server mi rimbalza. É la patch di rete che mi ha tradito.
Infatti oggi mi sono appoggiato leggero come una piuma ubriaca al wire-less access point. Basta col rame traditore. Che la potenza irradiata sia con me.

26 ottobre 2005

Manila

Prima di capitare, nel mio zapping sbadigliante, sul programma di Rai3, avevo in mente un post del genere: Quand'ero piccolo e c'era qualcosa che andava storto per cui lamentarsi, facezie da infante, mi si diceva: pensa ai bambini in X. Dove X era un paese sconvolto da qualche sanguinosa guerra civile o dove era passato qualche terribile evento naturale a minare la giá precaria economia locale.
Ora quando ho qualche scazzo, penso che sí, insomma, potrebbe andare peggio, non mi devo lamentare, potrei sempre trovarmi a lottare nel fango per la prova della Talpa (l’ho visto. E non ci credevo), mentre Bettarini commenta nel suo idioma tosco-italiano, il cui lessico si compone di 42 termini (preposizioni - di cui nelle sue costruzioni prevalentemente paratattiche fa largo uso - comprese).

Ora, mentre guardo questa specie di documentario, roba che hanno il coraggio di far vedere solo a Rai3 in seconda serata (le Iene e Matrix a confronto sembrano Cronaca Vera e Panorama traslati in un format TV) e la cui visione a sua volta richiede coraggio (non si puo' certo guardare con un occhio solo mentre ci si fa la barba), ecco, il mio cinismo d'accatto, l’accenno d’ironia che fa l’occhiolino, vanno a farsi benedire. Vanno a fare in culo, letteralmente.
Di fronte a Manila, ai suoi bambini che sniffano colla come nelle favelas brasiliane, perche' la colla lenisce i crampi della fame e il riso costa 10 volte tanto. Di fronte a Manila dove la prostituzione infantile e' altissima e per 3000 lire i nostri rispettati connazionali affittano un bambino per qualche ora. Di fronte a Manila dove le regole igieniche piú elementari non esistono: se piove un po’ di piú - e ci puoi scommettere che in quei letamai a cielo aperto la pioggia ci sguazza - ci si ritrova a guadare in mezzo alle proprie feci. Di fronte a Manila, dove alcuni miei colleghi che stavano rinnovando il visto furono colti da un terremoto che fece ondeggiare il loro hotel e loro erano in un hotel internazionale, non certo in una baracca (dove vive il 70% della popolazione della capitale filippina) in cui piove dentro, figurati le norme antisismiche.
Di fronte a tutto questo, e non c'é certo bisogno di una trasmissione televisiva per ricordarmelo, il blog mi pare una cagata, lo sfizio di una persona annoiata e tutti i discorsi qui contenuti sembrano parole vuote; pure i post piú ispirati sembrano stupidi esercizi di stile.
Qualcuno ben informato, impegnato, uno di quelli bravi insomma, aggiungerebbe interessanti informazioni, riflessioni non banali, magari riuscendo nel non facile compito di tenere fuori la retorica da quattro soldi.
Io no. Scrivo solo di quello che ho visto e sentito dalla voce fuori campo e da un ragazzo di Medici Senza Frontiere, un infermiere che prima di arrivare nelle Filippine, é stato in Bosnia e Ruanda.
É un discreto pugno nello stomaco, ti fa passare la voglia di immergerti in quella confortante routine che ti porta a spegnere la luce, girarsi su un fianco e pensare se hai messo la sveglia, prima di sprofondare in un sonno solido. Ma poi, prima di spegnere la TV, ti salva un po’ di zapping defatigante: a Porta a Porta fanno vedere le tette rifatte della velina, contrapposte alle opulente forme della Clerici, c’é Cecchi Gori e altre gentaglia incravattata che non gli so dare un nome né un titolo, Vespa si sfrega le mani e mi ricorda piú che altro una mosca che svolazza allegra da una merda all'altra, si tira un bel respiro, proprio come devi fare subito dopo un pugno o una pallonata nello stomaco e si va a letto. E se dopo un paio di ribaltamenti sotto le coperte, c’é ancora quel non so che i ribaltamenti possono essere piú di un paio, che c’é di piú rilassante che la sublime sintesi del turno infrasettimanale di campionato?

dei blog e di altre forme di distruzione (dell'intelletto) di massa


My blog is worth $7,903.56.
How much is your blog worth?



Si, 7,903.56 dolla non sono un granché rispetto alle stime sui mostri sacri (per esempio personalitá confusa da cui ho preso il link) e non ti cambiano la vita.
Peró se ci fosse da firmare da qualche parte per svendere e riscuotere, tac, ecco la penna (Bic, chiaro, pensate che allerta giri in cravatta e stilografica? Non potrebbe mai, perché la cravatta la mette – malvolentieri – solo ai matrimoni e con la stilo, da ex mancino naturalizzato destro –chissá poi perché – farebbe delle lunghe scie colorate su fogli e mano).
Sono sempre quasi 8000 euro e in questo periodo di vacche magre e polli messi ancor peggio, buttali via.

A proposito di personalitá confusa, ai primordi lo leggevo spesso, per primordi intendo prima di aprire il qui presente, poi col tempo mi ha un po’ tediato, anche se qualche post lo azzecca, niente da dire.
Non riesce ormai a scostarsi da un cliché di contenuti e forma, pur con tutta la volontá di stupire a tutti i costi, senza contare l’orda di commentatori invasati pronti ad applaudire alla minima scorreggia del loro idolo, da cui, é chiaro, la speranza é quella di ottenere visibilitá. Il link no, roba impossibile: la bloglist di una cosiddetta blogstar é un po’ come un muro portante: terribilmente statico, non si mette in discussione ed é difficilmente destinato ad una variazione nel tempo. In altri blog i commenti sono talvolta piú interessanti del post stesso, proprio perché offrono diversi punti di vista. Non é il caso di quel blog, c’era bisogno di aggiungerlo?
Sia chiaro, ancora prima che, non si sa come, arrivi qualcuno qua a dirmelo (leggete questo), si, é solo questione di rosicamento. ;-)
E se questo blog tutto sommato mi é indifferente, ce ne sono alcuni che mi stanno in punta. I blog, non gli autori, ché la differenza fra URL e autore mi é ancora ben chiara e di autori non ne conosco e me ne guardo bene. E nonostante i vari sfoghi cutanei che saltano fuori nel leggerli, saltuariamente ci vado a finire sopra, forse per castigarmi incosciamente di averne uno anche io.

La piattaforma di blogger permette di notificare i commenti sulla posta elettronica. Dá l’autore, ora e data, contenuto, ma non il post a cui é riferito. Potrebbe anche essere un post dell’anno scorso.
In questo modo ho beccato un commento spam. Mi volevano spiegare la playstation. Io, che non ce l’ho neanche. Non so dove sia finito.
Ma onde evitare il ripetersi di questa sgradita pratica, ho attivato il controllo, quello che devi copiare la scritta lí sopra. E ammetto che quando lo faccio mi sento ancora piú idiota.

25 ottobre 2005

Ferry corti (Part two)

Quel nastro era – é, io credo che esista ancora – la registrazione in presa diretta di una serata, di una notte va’, di quattro giovani, tutti rigorosamente maschi, alla ricerca di un posto dove dormire in quel di Bologna.
I quattro giovani si erano avventurati nell’ultima data italiana di quegli Smashing Pumpkins che avevano fatto, a suo tempo, esaltare il titolare del presente blog e che da lí a poco si sarebbero sciolti. I quattro giovani, essendo tali, non avevano fatto i conti che dopo il concerto, l’ora tarda era davvero tarda, tornare a casa era un suicidio di massa e soprattutto che Bologna non era la cittá ospitale e magica che avevano sempre sognato. Bologna era, per dirla come quei giovani, tutta chiacchere e distintivo.
Nei lunghi pellegrinaggi da un albergo all’altro, in cui i nostri venivano rimbalzati, talvolta in modo eclatante ("No, guardate, non abbiamo camere" e zac, zoom sulla bacheca colma di chiavi appese alle spalle dell’infame receptionist ) e talvolta frustrante ("Si, aspettate un attimo che guardo…no, mi spiace, abbiamo dato l’ultima doppia 10 minuti fa"), uno dei quattro estrasse dal cruscotto un registratore portatile, di quelli che si usano per registrare le lezioni all’universitá (e appunto quello era – spero – l’utilizzo).
Furono cosí registrate le avventure dei nostri, alle prese con portieri in cattiva fede ("bastardo, lo so che ci ha rimbalzati solo perché ho i capelli lunghi"), coppie che si sbaciucchiavano in un centro deserto e di cui si creava il doppiaggio real-time, per finire in un'incursione nell’unica pasticceria trovata aperta a quell’ora, in cui questo sfigato manipolo di rocker si strafogó di bigne e babá al rum per non pensare alla notte all’addiaccio che li attendeva.
Alla fine del nastro, dopo 1000 altri siparietti piú o meno deprimenti, decisero all’unanimitá.
La Democrazia votó l'Opzione Piú Trash: si dorme nel parcheggio dell'autogrill. Il tormentato dormiveglia li vide protagonisti di sogni agitati (il vostro, che dove lo metti dorme) e di inquietanti allucinazioni collettive (gli altri tre) che avevano strane creature della notte autobahn come protagonisti.

Di quel nastro ne esisteva - ne esiste, la speranza é sempre l'ultima a - una sola copia. E la sventura volle che dopo un paio di ascolti in compagnia, roba tipo terapia di gruppo per esorcizzare la tremenda esperienza, la cassetta finisse nelle mie sciagurate mani e da lí nel mangiacassette della macchina che guidavo all’epoca; cassetta che mi regaló, per poco tempo purtroppo, lunghi e spassosi viaggi durante i quali molti sorpassatori si saranno chiesti: "cazzo c’avrá da ridere tanto quello?".

Ecco, io colgo l’occasione e la potenza dello strumento blog per lanciare un appello. Se qualcuno sapesse di qualcun altro a cui é capitato per le mani una musicassetta, ma dove la musica é solo il sottofondo disturbato di un’autoradio a quattro disadattati che cercano di articolare strategie vincenti per la cronica mancanza di beni fondamentali alla sopravvivenza (cibo, alcol, figa e in quello specifico caso un tetto sopra la testa), me lo faccia sapere.
Non tema, non é una cassetta maledetta, non morirá dopo sette giorni per spasmi intestinali e se concorrerá al ritrovamento, gli verrá offerto una bottiglia di gutturnio da consumare in compagnia di quei quattro disadattati di cui sopra.
Mi raccomando, non deludetemi e non illudetemi con false segnalazioni come quell’altra volta. Ché poi per ritrovarlo ho dovuto chiedere alla sensitiva.

Per quel che riguarda il CD di Brian Ferry, é scivolato tempo zero fuori dal fichissimo e coloratissimo lettore dell’attuale autovettura e a breve ornerá il pianale della stessa, con il crimonoso quanto vano scopo di rimbalzare l’infigardo raggio laser dei municipalissimi autovelox.

24 ottobre 2005

Ferry corti (Part one)

Bryan Ferry
Nato il 26 settembre 1945 a Washington, nel nord dell’Inghilterra, Bryan Ferry ha incarnato (lui, figlio di un minatore), l’emblema della popstar elegante, del dandy romantico contrapposto agli hippy americani e ai nerboruti seguaci dell’hard-rock in voga nei primi anni ’70 nel Regno Unito. Quello di Ferry, fondatore dei Roxy Music nel 1970, è uno stile che va oltre l’interpretazione della canzone. Nei primi anni di vita dei Roxy, la sua personalità raffinata viene amalgamata con quelle dei compagni di gruppo, come Phil Manzanera, Andy Mackay, Brian Eno, che portano il loro contributo per creare un suono tra il glam-rock e la sperimentazione pop. Ma già nel 1973 Ferry incide il suo primo album solista, THESE FOOLISH THINGS, omaggio all’epoca dei
[...]
da un tour di reunion dei Roxy Music, Ferry pubblica FRANTIC, album che segna il ritorno a sonorità rock.


Tutto questo per dire che nell’ultima macchina che ho preso(*), mi sono trovato un CD di Brian Ferry dentro il lettore. Io questo Ferry me lo ricordo solo per una recensione che ho letto un pacco di anni fa su una rivista del settore. Una rivista del menga a ben guardare.
Ho provato qualcosa di molto vicino al rammarico, al pensiero del signore che, dopo avere riconsegnato la 147 all’autonoleggio dell’aeroporto ed essersi allacciato le cinture di sicurezza, tutto soddisfatto del suo posto finestrino, si é dato una pacca sulla testa stempiata (se tanto mi dá tanto), ricordandosi del CD lasciato nella rent car. Immagino che lí per lí abbia avuto quasi l’istinto di slacciarsi le cinture e scendere di corsa dalla scaletta ancora attaccata al velivolo, per recuperare il prezioso dischetto, regalo di Natale dell’ex fidanzata storica, ora sposata con un commercialista cinquantenne.
O forse avrá concluso che tanto era il regalo di una ex. E che se proprio gli manca Brian Ferry, non fará fatica a trovare lo stesso greatest hits in qualunque media-store, o scaricarlo di peso da un simpatico programmino peer-to peer.

Ho anche rimuginato sul fatto che anche a me é successo di lasciare qualcosa dentro lo stereo di una macchina a noleggio. Non era un CD: all’epoca erano poche le macchine con lettori CD, figurati le utilitarie che ci noleggiava l’ufficio viaggi dell’azienda. Era un nastro. E che nastro.

[continua nel post seguente]

(*) che non si pensi che cambio auto come calzini da ginnastica. Nella mia non piú breve esistenza ne ho avuta – ne ho, é sempre la stessa – solo una. Per lavoro invece mi capita di cambiarne spesso, sono quelle degli autonoleggi, che nonostante tutte le certificazioni ISO9000 e lo status di rispettate multinazionali, riservano sempre qualche sorpresa. Io non mi scompongo di certo e contraccambio con altre sorprese, tipo distruggerle e maltrattarle nei modi piú svariati.
Orsú, non comprate mai macchine da un autonoleggio: é un consiglio spassionato.

()

Effetto deja-vu. O momento fotocopia. Momento? Giorno fotocopia, va'. E senza neanche la regolazione del contrasto. Sara' la nevralgia. O era la nostalgia?
Domande cui non trovo una risposta, neanche nei motori di ricerca.
Autismo mode ON e' una risposta che va bene per molti quesiti, anche quelli a risposta multipla, anche in quelli, nonostante non sia contemplata. O anche zero pensieri zero problemi. E aggiungo zero mal di testa.
E il blogrodeo di domani lo facciano gli altri, io devo prendere un'aspirina.

zero fog(a)

Questa mattina c'era nebbia, neanche troppo fitta. Il cartello sull'autostrada diceva: Attenzione: foschia a tratti. Prudenza.
Per leggerlo ho sbandato paurosamente a destra. Il guard-rail, visto da vicino, ha una tonalitá diversa da quella della nebbia. Occhio e croce anche la consistenza é diversa.
Non dovrebbero metterli in giro certi cartelli. Si capisce benissimo quando c'é la nebbia.
Dal canto mio, dovrei evitare di estrarre il CD dal lettore, riporlo nell'apposita tasca vuota del raccoglitore, sfogliare il suddetto raccoglitore e scegliere un altro dischetto da infilare in quella bocca sdentata, il tutto dando qualche leggera sterzata, ora a destra ora a sinistra, con le ginocchia.
Il momento piú critico é la scelta del CD da mettere. Mani, piedi, ginocchia, occhi e cervello impegnati in due attivitá che prese una alla volta sarebbero anche semplici.
Sono un infimo congegno mono-tasking.
É lunedí, c'era la nebbia, ora non piú.
Fine.

21 ottobre 2005

Friday I'm in.

Qua trovate il film che mi sotto fatto sotto la doccia e che partecipa suo malgrado al Blogrodeo. Avevo detto che potevo incollarlo qua, ma inquinare piú di una pagina web con quella roba non é un bell'affare.
Fortuna vuole che esistono i permalinchi e se proprio, ecco.

La differenza sostanziale fra il film e la reale versione dei fatti é che io, al tipo che mi ha urlato di tutto dalla sua autovettura (solo perché ha dovuto far fischiare le gomme per non fracassare il suo paraurti sul mio, che poi non é neanche mio e insomma, io me ne sarei anche fregato abbastanza) non ho sparato in faccia. Gli ho fatto un sorrisone allucinato, e il risultato é stato lo stesso: ha smesso di urlare in sordina. Con molto meno spargimento di sangue e tessuti facciali.
Un'altra differenza (trova le altre 9!) é che io non lavoro in banca, altrimenti dopo una giornata dietro uno sportello potrei anche valutare l'opzione ultraviuuulenza.
Invece é vero che a casa (la chiamo ormai da un pezzo casa, anche se cambia ogni due, tre mesi. E in fondo l'albergo - e quindi ognuna delle sue camere ovattate - é la casa putativa del viaggiatore) ho guardato Passaparola. Provando soddisfazioni della durata di un tic-tac in bocca quando davo la risposta giusta. Bisogna pur tenersi impegnati per fare arrivare l'ora di cena. E il campione é sempre lo stesso, si.

Ieri ho avuto la conferma di un evento che non ho ancora capito bene come prenderlo. Con sollievo o con crescente preoccupazione?
Sta di fatto che il 2 di novembre mi tocca. Abbastanza da vicino, aggiungo. Terró aggiornato questo notepad della domenica. Intanto s'incrocino dita e quant'altro ché il giorno non é granché di buon auspicio.

In attesa di un Vostro gentile (ri)scontro, l’occasione mi é gradita.

E ora weekendance, con Te, la fanfaronata dei 100 anni aziendali, gli amici di sempre e tutto il resto. Ma soprattutto Te.

19 ottobre 2005

switching Asperger Syndrome mode ON

si, ci sto pensando.
Dopo una modesta attività extraterritoriale, ecco, mi risiedo e aspetto un altro rigurgito di socialità web.
Come alle feste: da attimi di coinvolgimento, un istrione, un demente, un'avia matta e saltellante, a istanti di afasia, un minchione, un demente, un pezzo di tappezzeria lisa. Transitando attraverso lo stadio di: ciotola delle Dixi sopra il tavolo.

Prima però due cose:

la prima: ho visto il secondo tempo di don Camillo (4 commenti). Rete 4, stasera
Per me don Camillo è (era) stare sveglio fino a tardi, tardissimo il sabato sera. A 9 anni, sdraiato sul divano con il mio plaid preferito, in sala, con mia madre vicino. Solo per Sanremo osavo resistere di più (ma anche no, ché era solo per l'evento mediatico in sè e le canzoni mi facevano già specie). E' anche un film che riscalda, come potrebbe farlo happy day (46 commenti), con una morale, ok anche ingenua e buonista e politically correct, ma con una morale che dice qualcosa, senza suggerirla con arzigogolate metafore e trucchi cinematografici che francamente hanno rotto.
Don Camillo per me è anche Peppone, è la politica del buon senso, della sincerità e dell'unione tradotta in solidarietà, anche per chi la pensa diversamente. Il farsi a pugni e poi andare a bere un bicchiere di rosso insieme. Sono i paesani che lo aspettano alla stazione successiva e un Gesù che parla e che al giorno d'oggi risulterebbe ridicolo e forzato, e motivo di sterili conflitti ideologici. Sono Romeo e Giulietta della bassa, la pianura Padana, Brescello e tutti i paesi che potrebbero essere Brescello.
Per me Don Camillo è Fernandel, con quella faccia equina, ma anche Gino Cervi coi baffoni, entrambi dotati di occhi profondi, che sembra quasi che ti scrutino e sappiano cosa pensi.
Per me è un bel film e sul finale, ecco, non so se era il ricordo o la scena in sè, ero un po' scosso. Cazzo, sto perdendo colpi. Qualcuno direbbe: dov'è il rock? Boh, sotto il mouse e se non è lì controllo un attimo nel naso.

La seconda è che nella fase di autismo mode OFF ho provato a giocare al blogrodeo.
Si, in effetti mi vergogno un po'. Ma ero sotto la doccia e pensavo a quanto successo poco prima mentre tornavo in camera (leggi: in albergo). La gente canta, io mi faccio i film sotto la doccia, embè?
E così ho piazzato lì un post (47 contributi), prendendo l'incipit come pretesto , che ci poteva anche essere la formazione del Saronno. Tanto, farlo qua o là che cambia?
Credevo anche di essere l'ultimo, come allo scritto della maturità, ma no, si direbbe che ne sono arrivati altri prima della chiusura dell'urna virtuale.
Poi magari lo incollo qua, ora ho scritto abbastanza, e a dirla tutta mi ritiro in un più degno disimpegno di ceramica.

tante cosce (citando il Bui3).

Buffer feeder failure

informazione di servizio per i consumatori (che producono e creperanno prima o poi): ho messo lí in basso il feed di questo blog. Io non so che farmene, ma visto che c'é ed é gratis lo metto.
In giro c'é un sacco di gente ferrata e saprá come usarlo, ammesso che:
a) sia giusto
b) ci sia gente ferrata e interessata a farlo.

Detto questo stacco. Tante cose e indecisione a tutti.

Impipatene e guarda in alto

(è un po lunga, ma quando si supera quel momento, si, insomma non riuscivo a dormire)

- Bene, iniziamo.
- Io...io ho iniziato programmando giochi per il computer e da lì ho costruito un impero che se lo ricordano ancora adesso.
- Si, lo so. Mi chiamano spesso in causa per colpa tua. Dimmi una cosa, tanto siamo fra noi: le segnalazione degli errori, quando si schiantava un programma, non le ha mai guardate nessuno, vero?
- A dir la verità io le guardavo. C’era un vecchio computer, che tenevo dentro il box doccia, nella mia villa sul lago Washington, arrivano direttamente lì. Prima che mi arrivassero però venivano convertite in barzellette sporche da un programma che avevo dato da sviluppare alla sezione back-back-office. E...
- E...?
- Ovviamente i dipendenti avevano lavorato allo sviluppo e al debug fuori dall’orario...ma insomma, erano nel mio campus, qualcosa dovevano pur fare nel tempo libero.
- Si si, va bene. Tieni questo e inizia a dare una passata ai vetri. Come vedi qua sono tutte vetrate. Tanto hai una certa dimestichezza con le finestre. Oh oh oh.


- E tu, cos’hai da dire?
- Io facevo il giornalista, lo sai, che me lo chiedi a fare. Ho sempre cercato di essere imparziale, di onorare la mia missione, quella di diffondere le informazioni. Volevo la verità... insomma... far risaltare quella più congeniale alla situazione, la gente si aspettava delle notizie, io facevo in modo di dargliele nel modo più delicato possibile. Si dice che la penna...
- La Verità è una, non mi parlare di queste fregnacce. Non a me.
E che mi dici di quel periodo che eri pappa e ciccia con quello là, quello del governo? Nelle vostre aule non c’è scritto "La legge è uguale per tutti"? Se non sbaglio quello cambiava le leggi come le mutande, oggi strette, oggi larghe, oggi facciamo senza. Ne spuntava fuori una ogni giorno. Avrebbe dato oro per far lo stesso coi capelli.
Mi hai stufato, mi stufavi già prima con quegli editoriali ad effetto, dove l’hai presa la laurea, alla Holden?
Prendi una pala nel capanno degli attrezzi. La c’è un mucchio di letame. Si, lo so, non mi guardare così, è bello grosso. Là ci sono i giardini, devono essere concimati per bene, è un pezzo che sono trascurati. Se non fosse stato per quei due sciagurati.

- Ci siamo già visti, da qualche parte?
- Si, potrebbe essere, ho incontrato un sacco di gente.
- Ehi, io non sono gente. Se ti dico che ti ho visto è così.
- Ma ora che mi ci fai pensare...credo di sì. Forse a quella festa fra amici.
- A parte che festa fra amici è un po’ vago parlando con te. Era dopo quel festino, quello con quei cosi là, nè uomini nè donne, lo ricordo bene, io so sempre tutto, lo sapevi? Ti hanno tirato fuori per un pelo, ragazzo mio. Ringrazia ancora i così, si, ci siamo capiti, che t’han salvato la pelle.
- Li ho ringraziati, e avevo ringraziato pure te.
- Mah...si, in fondo a modo tuo sei anche simpatico. Anche quella trovata di mettersi la tuta blu per quel periodo, mi sono spanciato dalle risate... Dai, non perdiamo tempo. Ti presento Vito, era a fianco a te in catena, lo ricordi? Solo che lui c’è rimasto fino alla pensione. E povero Vito, non se l’è mica goduta tanto la pensione, eh Vito?
- Non proprio capo...stavo tornando giù al paese. E quel cazzo, scusa capo, quel... minchia di ponte sullo stretto è venuto giù. E io con lui.
- Cosa gli facciamo fare Vito? Lo mandiamo un po’ alla catena? C’è stato così poco...
- No, capo, facciamogli fare il manichino. Ne ho ordinati dei nuovi, ma ci metteranno un po’ ad arrivare. Gli ultimi due crash test capo non sono andati troppo bene...
- Bella idea Vito, la sai lunga tu. A posto, vai con Vito che ti spiega tutto, e mi raccomando, non andare troppo in botta.

- Oh, vedo che abbiamo anche una donna oggi. Si, insomma. Qua c’è scritto così.
- Io sono una presentatrice. Ho condotto programmi di successo, al sabato aveva uno share medio del 32%, ho lanciato un sacco di personaggi nel mondo dello spettacolo, ballerini, cantanti, showgirl, naufraghi. Ah si, facevo anche una trasmissione alla domenica. O era quello là?
- Zzz...zzz...zzz...
- E nella mia trasmissione preferita facevo incontrare persone che non si vedevano da anni, riunivo famiglie distrutte, distruggevo famiglie riunite, cose così.
- Zzz...zzz...zzz Oh, che paura, stavo sognando una fiction della Rai. Si, va bene, va bene, ma era tutta una finta, no? Erano attorucoli del vostro carrozzone, no?
- Mmm...si, ma che importa? La gente a casa ci credeva. E si commuoveva, piangeva. Ricevevo centinaia di mail, ne ricordo una che diceva...
- Zzz...zzz...zzz...

- Sei l’ultimo, cerca di far presto, chè oggi sarebbe anche il mio giorno di riposo. E poi fra un po’ fanno vedere i gol.
- Io sono...ero un blogger, ecco.
- Eh?
- Si, avevo un blog. All’inizio non ero tanto famoso, ma poi...sai come funziona...
- Si, lo so come funziona. Ho già parlato con un giornalista e un...una conduttrice oggi.
- Insomma, avevo questo blog, e nel giro di qualche mese gli accessi si sono moltiplicati, ricevevo valanghe di commenti, ho dovuto assumere un filippino per aiutarmi a rispondere. Ma sbagliava con l’italiano e ho dovuto chiedere ad un’altra blogger, una famosa. Ci alternavamo a vicenda sui rispettivi blog.
- Si, ma allora facevate la stessa mole di lavoro di prima?
- Si, però questo è il bello della blogosfera, s’interagisce.
- Ah. Capisco. S’interagisce. E poi?
- E poi? Ah, si. E poi ero così famoso che mi hanno invitato ad una trasmissione. Ho pure scritto in un’antologia di racconti. O era un racconto da antologia? Bella questa, me la segno, che poi la posto...
- Senti, qua non puoi postare niente.
- No? E neanche leggere i commenti?
- No.
- E controllare gli accessi?
- Non c’è connessione col mondo terreno. Cioè, c’è, ma è lenta. Mi devono mettere la fibra a giorni. E poi la posso usare solo io.
- Oh, mi spiace. E allora che faccio?
- Cosa sai fare?
- So...scrivere sul blog, si. Te l’ho mai detto che mi chiamavano blogstar e ai raduni bevevo sempre gratis?

17 ottobre 2005

copy fear Satana

(perchè oggi non si fanno rotolare Ferrero Rocher)



La campagna è caratterizzata dal pay-off “Ritorna l’autunno, ritornano gli amici, il piacere di far festa, ritornano le praline Ferrero”. Il film da 30" si snoda lungo un percorso che porta dall’estate all’autunno. Una donna, la modella Laura Sànchez, cammina sulla spiaggia con un costume e i piedi nudi. Foglie rosse dell’autunno cadono sul suo volto. Il luogo è cambiato, come è cambiato l’abito. Adesso la ragazza cammina immersa nelle foglie e con le immagini delle praline Ferrero – Ferrero Rocher, Mon Chéri, Pocket Coffee e Raffa*llo– sullo sfondo. La donna, infine, raggiunge un nuovo ambiente dove gli amici di sempre la aspettano mentre lei, sorridente, offre un vassoio di praline Ferrero.
Fonte pubblicitaitalia





La campagna è caratterizzata dal pay-off “Ritorna l’autunno, é lunedi mattina, che merda”. Il film, in realtá un messaggio subliminale, o un sogno particolarmente vivido, si snoda lungo un percorso che porta dal letto di casa all’ignobile posto di lavoro. Un uomo, vabbé un tizio, il titolare di @llerta, cammina per strada trascinandosi diverse valigie e imprecazioni altrettanto voluminose. Goccie di fredda pioggia acida cadono sui suoi occhi cisposi. Il luogo é cambiato, l’abito é sempre lo stesso, ma sono comparse delle vistose pezze sotto le ascelle. Adesso @llerta guida con gli occhi in fissa in mezzo ad autoarticolati condotti da camionisti inglesi gonfi di sonno e cordiali arraffati all’autogrill, sullo sfondo non si vede un cazzo, dannata nebbia. @llerta, infine, raggiunge l’ufficio dove non c’é ancora un cane con cui prendere il caffé rancido delle macchinette, mentre lui, ormai ingrigito dal contorno come un camaleonte bipede, si offre la prima sigaretta della giornata e ringrazia pure.
fonte @llerta

12 ottobre 2005

1 di 2 (itinerario enogastroturistico)


Si parte di buon’ora, considerando che è domenica. In genere di domenica non compio nessun gesto autonomo o complicato prima delle undici. Giornata splendida, il meteo ha concesso una tregua.
Il viaggio fila via, fra un cd e l’altro, secondo il consueto accordo: una scelta mia e una tua. Questo comunque non si sarebbe mai potuto attuare se per esempio ascoltassi, chessò, pop per subumani o discotruzzo. Fortuna vuole che.
Si arriva, si parcheggia e ci si inoltra nel centro, passando attraverso un bell’arco in pietra, giusto per mettere le cose in chiaro.

Il ricordo che avevo era: una strada ciottolata in salita che porta a qualcosa che potrebbe essere un castello, ma non ne sono sicuro. Sono sicuro invece dei fossili intrappolati nelle pietre murali dei vecchi palazzi. Li guardo mentre salgo a piedi, li sfioro camminando.
Certe cose non sfuggono ad un bambino precocemente impallato con geologia, mineralogia, biologia, astro... astronomia e tutto quello che anni dopo, su Focus, verrà raccontato in modo – dicono – spigliato e divertente. Ok, sono stato abbonato a Focus per un anno, ma ho le attenuanti:
1) era appena uscito.
2) ero un adolescente curioso che non aveva ancora un mensile di riferimento.
3) ero stato adescato dai tanti dossier un po' piccanti piazzati in bella mostra sulle copertine ogni mese. Non riuscivo più a sopperire con l’enciclopedia al bisogno d’informazioni. E dannazione, non esisteva un corrispettivo di Cioè per i maschietti devastati dalla pubertà.

Quello che ho
visto: un borgo medievale vero. Tenuto bene, pulito e valorizzato, senza strafare, nella migliore espressione del carattere locale. La morbidezza dei colli, il loro richiamo, sussurrato, ad un’ipotesi di vita che non sento comunque mia.
sentito: il rumore dei passi sulla ghiaia. Buona musica dall'autoradio, cantato stonato - il nostro - che prova a starci dietro. La voce di chi mi stava a fianco e che mi accompagna ogni giorno, anche quando il rumore dei passi è solo il mio, incerto incedere da x a y.
annusato: l’odore di campagna, la mia campagna, meno deciso di quando è appena piovuto, ma comunque inconfondibile e gradevole. Il profumo dei prodotti tipici messi su tavolini improvvisati nella piazza del borgo, dove sorge il palazzo del consiglio. L’odore di un campo concimato che riporta prepotente il ricordo di me stesso a dieci anni che zampetto fra mastodontiche pile di merda di vacca con la badila in mano, alla ricerca di lombrichi-esca per pescare.
gustato: quasi tutto quello che si poteva assaggiare dai suddetti banchetti delle varie cooperative agricole, cantine e botteghe del circondario. I due bicchierini a stomaco vuoto (l’assaggio di salumi è stato postumo) mi convincono che siamo in un posto a misura d’uomo. Qua i bimbi scorazzano liberi, giocano a pallone per strada senza essere investiti da un pedofilo ubriaco con precedenti penali per spaccio di caramelle e figurine drogate. Discorro con la signorina dell’azienda vinicola a conduzione familiare, con il signore del negozio di alimentari che mentre telefona ad un amico mi taglia un paio di fette di coppa, e mentre parla con me, ne taglia un’altra per il figlioletto e vorrei che fossero i miei negozianti di fiducia, quelli dove vado a fare la spesa tutti i giorni. Non potendo, razziamo i banchetti. Io acchiappo un paio di bottiglie doc ad un prezzo equo e solidale e una coppa da nove etti, tu trovi il miele per Fede e le marmellate biologiche per le nostre colazioni. Il marmellataio di fiducia sembra una guida alpina uscita da una comune, intorno al '68. Non ci do niente, neanche il verderame, dice. Con una faccia così non posso che crederti.
Il pranzo si tiene poco distante, dopo essere rimbalzati da un paio di trattorie del paese. Pare che oggi tutti i cittadini abbiano deciso di pranzare fuori. Quando ormai si sta procedendo a casaccio, sull’orlo della disperazione dovuta al baratro scavato dalle degustazioni, troviamo l’indicazione tanto anelata. Il ristorante, no, la trattoria-bar-ritrovo degli sfaccendati delle vicinanze, si configura subito come uno dei miei posti preferiti, tipici della zona, ruspanti come una balera ad agosto. Di fuori fanno bella mostra le sedie anni ’70, sopra ci sono dei signori con una boccia di rosso, di quello che frizza un poco e i relativi bicchieri.
Dentro ci fanno aspettare due minuti. Ci piazzano in un angolino, da cui posso ammirare tutta la sala. Perline ai muri, quadri con soggetti paesaggistici anonimi ma rassicuranti quanto basta, tovaglie che sembrano uscite dal cassetto della credenza della nonna, il cassetto con le tovaglie della domenica.
Senza entrare nel merito dei piatti, abbastanza ricercati, senza per questo abbandonare la tradizione (qua l'unità di misura delle ricette nota come noce di burro viene intesa come una noce di cocco di burro), basta sapere che un antipasto e un primo sono abbastanza per sistemare il nostro appetito feroce e farci reclinare in stato comatoso i sedili della macchina per un quarto d’ora, dopo il caffè e il conto più che onesto.
Toccato: la semplicità curva del volante. Il pulsante per scattarci le foto, aspettando che la gente si levasse di torno, chè loro non centrano con la felicità integrale e compatta della nostra gita fuori porta. La tua mano, camminando sui ciottoli, aspettando affamati l'ordinazione a pranzo, guidando, mentre cambiavo le marce.

Ps: vince il gusto (per questa volta), ma eravamo o no sulla Strada dei Vini e dei Sapori?

11 ottobre 2005

Post invisibile (perché non essenziale)

Grigio come questo cielo, come la polvere depositata qua intorno.

La-ti-to.
Embé?

Poi magari se mi gira, se il pomeriggio non casco dal sonno, se qualunque altro se che possa valere come scusa – che poi che scuse devo dare - faró un tot di post fra il serio e il faceto. Piú faceto che serio.

Intanto sperimento l’efficacia dell’invisibilitá, un ‘invisibilitá fittizia, un’illusione di mimetismo in questo habitat popolato da diverse specie, alcune ostiche, altre diffidenti, altre ancora del tutto senza senso.

Vediamo chi riesce a vederci chiaro qua.

07 ottobre 2005

to do list

1) Caffe' - Siga - chewing gum.
Siga - chewing gum.
Caffe' - siga - chewing gum.
Non va bene cosi'. No.

2) Trovare stimoli anche quando sembra immediato paragonare la loro densita' in questo loco alla vegetazione del mare Procellarius sulla superficie lunare. E' un lavoro, che t'aspetti?

3) Sistemare quei quattro strascichi burocratici-medico-legali che ti porti avanti da mesi. Prima che loro sistemino te.

4) Caricare valigie in macchina, chiudere il portellone, salire e partire. Far andare i tergicristalli a manetta, plink plank, plink plank, a tirare via la pioggia e il senso di appesantimento della settimana. Forse a quest'ultimo ci si puo' dare una sgrossata con la musica. Se solo si ricordasse in quale delle quattro borse si e' messo il porta-CD.

5) Atterrare sul suolo amico e lasciarsi tutto alle spalle. Tirare giu' la saracinesca del blog e far girare con una bicellata il cartello da Open a Dead. Sembra che possa tornare in vita dopo 3 giorni anche lui. Vediamo.

6) Passare la serata senza fare pressoche' nulla: solo cose semplici, essenziali. Preparare la cena insieme, parlare, sdraiarsi un po' qua e un po' la', accendere la televisione, ma solo per avere la giusta luce nella stanza. Usare una coperta adeguata alla stagione. Se non basta, ricordarsi che la temperatura del corpo umano e' sui 37 gradi circa. Non trovi che sono abbastanza?

7) Impostare il resto del weekend sulla serata di venerdi'. E in culo tutto il resto.

Aspettami.

Drive-In 2

Questa volta una modesta comunità si ritrova esiliata dentro un Drive-In a causa di un evento naturale. Ben presto si capirà che di naturale c’è ben poco.
Anche qua vediamo formarsi le fazioni: una storia vecchia come il mondo, Guelfi e Ghibellini, blocco americano e blocco sovietico, destra e sinistra e via dicendo, tutte comunque prese a tirare avanti, di fronte al naturale esaurirsi delle scorte alimentari e ai conseguenti esaurimenti nervosi capitati ai più. Gli unici che riescono a mantenere un buon compromesso fra il delirio antropofago della moltitudine e chi si lascia volutamente morire sono i due protagonisti, contrapposti agli altri due *iniziali* amici che dimostrano la vera natura luciferina una volta sottoposti all’ineffabile motto mors tua vita mea (e aggiungerei, considerati i particolari menu descritti, quello che non strozza ingrassa).
Anche la seconda parte del libro (in realtà nell’edizione ammericana erano due romanzi distinti) non tradisce le aspettative in quanto a rutilanti intuizioni e virate repentine da un genere all’altro, ma io ho preferito comunque la prima. La seconda, secondo me, spazia fin troppo, mi ha ricordato Girlfriend in a coma sotto LSD + Clive Barker in una delle sue blood short-stories incentrate sul corpo (e parlando di corpo, di mutazioni e di video, non si dovrebbe non citare Cronenberg, ma non lo faccio perchè se no che pizza).

Tornando alla riflessione del post precedente, mi chiedevo dunque cosa si possa provare a essere gli ultimi sulla Terra, o quanto meno i penultimi, come nel più scontato finale di certi filmazzi alla Romero, come ci si organizza per ricominciare da zero, con quale speranza affrontare il ripopolamento dell’umanità, che, detto fra noi, per me potrebbe anche estinguersi fra un paio di generazioni, che forma di governo tirare su e su quali basi fissare la nuove linee guida di cultura, energia, traffico (forse quello è un po’ prematuro, ma è sempre meglio prepararsi al tracollo delle nuove tangenziali), culto o mancanza di.

Mi chiedevo altresì cosa succederebbe se sull’Isola dei Famosi non iniziassero a cercare di mangiarsi fra loro, visto che tengono una fame tanta e quale audience farebbe, quale sarebbe il riscontro del pubblico chè ormai si è abituati ai peggio scempi. Per dire, la faccia della Ventura.

volevo una foto del Tenerone, quello del Drive-In. Giuro che ho trovato le peggio cose anni '80 - sono ancora visibilmente scosso - ma per quella è stata una faticaccia boia. Ora Blogger non allega l'immagine. Tutta fatica e scatti sprecati. Voglio ciò che mi spetta, lo voglio perchè è mio, m'aspetta [che non sia un Tenerone]

06 ottobre 2005

Drive-In


Ammaniti dice in copertina che un analfabeta dovrebbe imparare a leggere solo per poter leggere i suoi libri, di Lansdale intende, non i suoi.
Senza entrare nel merito della qualità, mi sembra un po’ esagerato incentivare l’alfabetizzazione solo per poter apprezzare la surreale commistione di generi che il texano riesce a piazzare in ogni sua opera. Si va dal noir, passando per il pulp, termine di cui si è abusato in un passato recente, zompettando allegramente nel western, sconfinando nell’horror estremo (un suo bel racconto finí anche in un’antologia splatterpunk di Paul M. Sammon), il tutto mantenuto a elevati livelli di tensione narrativa, grazie a dialoghi serrati e realistici – pure in contesti fuori dalle righe – e stemperato costantemente da una buona dose di humor, ovviamente nero, di cui Breton sarebbe stato fiero. Una risata vi seppellirà, e così è, come succede nelle opere di Aub, Bierce, del Welsh meno paranoico e tanti altri pazzi visionari che ora mi sfuggono.

Conobbi Lansdale da un racconto dell’antalogia “Il libro dei morti viventi” dei maestri splatterpunk Skipp&Spector. Ero nel mio periodo horror, tipico dell’adolescente che preferisce per il momento affrontare le paure di carta che quelle che gli si stanno per parare davanti.
Nel mio recente soggiorno forzato in Calabria consigliai la sua lettura all’amico Pasquale che terminò in un battibaleno "Rumble Tumble" e me ne fece dono. [Grazie Pasquale].
Incoraggiato dalla lettura piacevole delle gesta dei due antieroi sulla falsariga del filone hard-boiled, presi "La notte del drive-in".

Non vorrei fare una recensione di questo testo, chè non sono in grado e l’arterio mi ha già fatto smarrire i punti cardine che mi segnavo mentalmente mentre leggevo.
Volevo soffermarmi piuttosto su questa cosa dell’uomo, lo studio della personalità umana messa in condizioni limite, in situazioni di pericolo o di sopravvivenza, anche a contatto con altri individui. É una roba che mi affascina non poco e che ho cercato e trovato in altri testi.

In "Io sono leggenda", di Matheson il protagonista è l’ultimo uomo in una Terra popolata da vampiri. Si narrano le sue giornate vuote, alle prese con la difesa dai non-morti. Le sue ore sono scandite da gesti abititudinari come un tenente Drogo catapultato in un contesto ancora più assurdo del fortino sul confine. La routine si spezza raramente – le rare perdita di contatto con la realtà coincidono con tuffi nichilisti nell’alcol – per poi riprendere su binari ben definiti, ma che non si sa dove portino. Cioé, io lo so, ma se a qualcuno girasse di recuperarlo, il finale merita di non essere rivelato.

Ne "Il signore del Mosche", che in un lapsus freudiano mi verrebbe da dire che è di Jeff Goldbum quando invece è di William Golding, si assiste al naufragio (o era un disastro aereo?) di un gruppo di bambini su un’isola deserta. Repliche in scala di Robinson Crusoe, i pupi devono far fronte alla sopravvivenza, organizzandosi da capo. Il candore e l’innocenza tipicamente infantile va in poco tempo a farsi fottere. Si notano in questo microcosmo tutte le tipologie comportamentali che ritroviamo nel mondo normale e nel mondo adulto (giusto per chiarire che non vale l’equazione normale = adulto): schieramenti, contrasti e invidie, contrapposizione fra i deboli e i forti, esclusione dei schifosamente deboli, relegati alla condizione di paria o a scelta zimbelli, divisione fra chi coopera per la comunità e chi invece rema contro, o tira subdolamente l’acqua al proprio mulino.

Ecco, in "La notte del drive-in" il discorso si estremizza.

[continua, mah]

05 ottobre 2005

last shift

Maybe there's a God above
And all I ever learned from love
was how to shoot at someone who outdrew you
Its not a cry you can hear at night
Its not somebody who's seen the light
Its a cold and its a broken hallelujah



Fa freddo.
Le macchine passano veloci, qualcuna rallenta in prossimità dell’incrocio. Poi di colpo sgasa e sparisce nella fredda umidità della metropoli.
Fa freddo e i vestiti non sono adeguati alla stagione. É quello che passa il convento, si dice da queste parti. E in fondo, quest’abbigliamento ha anche la sua ragione.
Stare in piedi per così tanto tempo non è salutare. Se è per questo, anche il resto della faccenda non è che lo sia.
Per esempio, fumare fra una e l’altra non è salutare. I pacchetti di sigarette hanno scritte minacciose, quasi come sui cartelli dei tralicci dell’alta tensione: chi tocca muore. Mi sono chiesta come abbiano fatto allora a fissarli.
Fuori dalla mia città c’era un posto dove andavamo ogni tanto. Era una piana enorme, piena di questi enormi strutture per il trasferimento dell’energia elettrica, non c’era altro. Ci andavamo di sera, col vecchio pick-up dello zio. Portavamo dei teli e ci stendevamo per terra. Quando non si parlava, in quei momenti in cui si finisce un discorso e nessuno dice più niente, sembra che si stia per pensare a quanto detto, o sentito, e nessuna voce ha il coraggio di venire fuori, in quei momenti si poteva sentire solo il rumore dei tralicci. Un ronzio cupo, minaccioso, uno sfrigolare che arrivava fino alla pelle. A me piaceva, era un suono familiare. Non avevamo mai musica in sottofondo: per me quella era la colonna sonora del posto.

Qua la colonna sonora del posto sono le macchine, il rumore delle gomme che cambia quando l’asfalto è bagnato, come ora. Non mi piace come quello della corrente elettrica che viaggia da un posto all’altro. Qua a viaggiare sono le persone, e io odio le persone.
Odio quelle che si fermano, ma anche quelle che non si fermano.
Uomini, donne. Odio tutti, per ragioni differenti.

Al semaforo qua davanti è arrivata una macchina. Anche se è buio riesco a distinguere la sagoma all’interno dell’abitacolo, per fortuna hanno aggiustato il lampione all’angolo. É un ragazzo. Ha l’aria stanca, forse è uscito da lavoro. Lui smonta da lavoro, io monto per lavoro, non fa ridere?
C’è edificio qua dietro, dove lavorano 24 ore su 24. Fanno ciclo continuo, come si faceva nella fabbrica in cui lavoravo prima di arrivare in Italia. Entra e esce un sacco di gente, a tutte le ore, coi camion, le macchine e i motorini. Alcuni si fermano da me, una volta usciti da lavoro. Mi chiedo cosa dicano quando arrivano a casa. Credo che tutti abbiano una casa. Anche una moglie, magari dei figli. Sono sempre gli stessi, non ne conosco uno per nome, ma so a memoria i loro tic, il loro timbro di voce, riesco a capire pure gli accenti diversi, pur senza sapere da dove provengano. Me li immagino entrare in queste belle case, in una palazzina a tre piani, appendere la giacca e dire: che giornata. E accusare il caporeparto che li ha fatti fermare mezz’ora in più. Li odio.

Questo fermo al semaforo si appoggia al volante, sollevando gli occhi di tanto in tanto per vedere se è scattato il verde. Ha due dita di finestrino giù perchè sta fumando una sigaretta. Sento uscire dalla macchina una musica bellissima, una voce maschile che si estende per parecchie ottave, mi ricorda quella di Goran, il maestro del coro. Il ragazzo guarda ancora il semaforo. Scatta il verde dopo un tempo che mi era sembrato infinito, forse la canzone che stava passando l’autoradio ha fatto la magia di fermare il tempo, di farmi dimenticare che sono qua, che fa freddo e che un’altra macchina in fondo alla strada ha messo la freccia.
Scatta il verde, il ragazzo fa un sorriso al semaforo, come se ringraziasse di farlo tornare a casa, al caldo, dai suoi cari. Forse quando timbra il cartellino non vede l’ora di raggiungerli per raccontargli del turno, per rilassarsi davanti alla televisione, lavarsi i denti e addormentarsi poco dopo, invece che fermarsi da me.
Si gira solo per un momento nella mia direzione, forse per sincerarsi che qualcuno non abbia la brutta idea di bucare il rosso. Da queste parti, ad una certa ora, vanno tutti come matti. L'altro ieri sera c'é stato un incidente, uno dei due guidatori coinvolti ha rotto il parabrezza con la testa. Mi sono allontanata prima che arrivasse la polizia. Mi sono odiata, piú del solito, se possibile.

Lui invece, non l’ho odiato, è l’unico oggi, penso, quando ormai la musica si affievolisce tanto da cedere il posto al solito rumore di ruote sulla strada. Vedo le luci rosse della sua macchina che si sgranano nella bruma della notte.

04 ottobre 2005

in hic signo vince


dopo aver sentito Gigi D'Alessio alla radio in una campagna anti-alcol, non posso fare a meno di riportare un messaggio arrivato qualche tempo fa.

per la serie: essere punk a 80 anni.

“Cimaí, et buí?”

["hai bevuto?"]

“si, ho buí.”
["si, ho bevuto."]

“e quant et buí?”
["e quanto hai bevuto?"]

“fei che g’neva a basta!”
["fino a che ne avevo basta!"]


- spettacolo –
[- spettacolo -]


[su gentile concessione del Mulo]

03 ottobre 2005

lost in translation

REM: Mi sono passati piú volte sotto il naso, e sí che non sono una band dalla scarsa visibilitá. Ma io, ignavo e stolto, no, proprio stronzo, non ho mai carpe diem.
All’ultimo tour mi sono arreso di fronte all’evidenza: per entrare in possesso di un biglietto non basta essere iscritti alla mailing list, né mettersi a piagnucolare vergognosamente di fronte all’impassibile tipa del box-office. No, bisogna essere tipo cugino del barbiere di Michael Stipe (ce l’avrá poi un barbiere, cioé un parrucchiere Stipe?) o dei loschi immanicati di TicketOne (e io c’avevo pure fatto il colloquio…).

Sonic Youth: Anche loro non si sono risparmiati in Italia, suonando anche gratis e in posti tutto sommato vicini a casa. Ma per lavoro, altri impegni, compagni non disponibili alla spedizione, compagni che invece la spedizione la fecero, ma non m’avevano tirato dentro (aprendomi gli occhi sulla sostanziale differenza fra un amico e uno con cui fare bisboccia per una o enne serate), ecco, un altro grande rammarico.
Quando il collega del post precedente, con falsa incuranza, mi disse di averli visti, con i Pavement ad aprire, orribili ululati – i miei - risuonarono fra i cubicoli della mega ditta.
Lo stesso dannato, per dire, vide i Pixies a Parigi. Privilegi della vecchiaia.