Dei concerti che io non c'ero (prima parte, forse unica)
inutile premessa: il presente post era giá bello che scritto su un file di testo. Fatto copia e incolla su blogger, mi dedico ad un ultimo edit, con qualche micro copy&paste qua e lá, e vai, si pubblica. Prima peró, diligente come non mai, chiudo il file di testo, senza salvare. Viene fuori questa finestra, del Blogger in manutenzione.
Il back del browser non funziona, il file di testo é finito nelle fognature del pc (e io stesso ho tirato lo sciacquone) e il post é irrimediabilmente perduto. Quello che leggete, o anche no, é frutto di una seconda scrittura, scandita da molte parolacce, di quelle brutte, da mille interruzioni e un visibile appesantimento delle palpebre.
Rage Against the Machine: Un giorno mi arriva questa email. Dice suppergiú cosí:
Ci sono due biglietti, su uno di questi c’é il tuo nome. Non voglio sentire ragioni. E poi l’immancabile bestemmia, marchio distintivo di ogni email del Mulo.
La bestemmia fu rispedita al mittente, da circa 9000 chilometri.
Qualche anno dopo, di fronte alla replica su MTV di una loro deflagrante esibizione, altre imprecazioni si sprecarono.
Un mio collega li vide nella loro ultima esibizione – dicono memorabile – a Los Angeles, anno domini 2000. Qualche sera dopo, sempre lui, in uno scalcinato bar della West Coast, si accorse solo ad esibizione terminita – cagata peraltro meno di zero, anzi less than zero, dal resto degli avventori – che il tizio al microfono era un certo Joe Strummer. Gli altri si facevano chiamare Mescaleros.
Il mio collega era in trasferta per una fiera del settore, poverino.
Anche io, ma dall'altra parte del globo, in mezzo a gialli dal fetido fiato garlic flavour.
Jeff Buckley: Lo scoprii su una discutibile rivista che compravo. All’epoca non era ancora del tutto sputtanata, o forse ero troppo poco smaliziato per avvertire l’odore di marcio di quella carta patinata.
Comunque cercai, e trovai, tutto quello che aveva inciso. Poca roba, ma che roba: un album e un paio di mini-cd live. L’imponente macchina speculativa post-mortem aveva da pazientare ancora un poco. Comprai quei compact e li facevo girare continuamente sullo stereo nuovo di pacca. Loro giravano e io stavo schiantato sul letto a tinteggiare il soffitto con lo sguardo. O al massimo col naso incollato a qualche libercolo di (de)formazione.
Allora avevo ventun anni, quasi ventidue. nessuna prospettiva di laurearmi in fretta, ma ancora nessuna ragione per mollare. Intrappolato nel più ambiguo e deprimente dei paesaggi. Così mi sentivo da mesi, incapace di muovere un passo in una nuova direzione, qualche fosse. Il mondo continuava a girare: soltanto io restavo fermo. [Haruki Murakami]
In Italia ci venne ben tre volte, non lo sapevo neanche e comunque sarei stato troppo imberbe e troppo senza patente per arrivare al luogo del rito. Nella data di Correggio sembra che fu il Ligabue nazionale a farlo arrivare dall'America. Non so se voglio crederci o no.
Una sera di maggio del 97, mentre preparo il letto nella brulla camerata della caserma, la radio appesa alla porta dell'armadietto dice che Jeff Buckely é morto affogato nel Mississippi (in veritá il Wolf River, un suo affluente), il corpo non é stato ancora trovato. Spengo la radio, accosto l'anta dell'armadietto e salto sulle molle arrugginite della brandina. Mi rannicchio per fare posto al vuoto, senza pensare a niente, senza sperare in niente.
Nirvana: Che dire? Merda, il grunge é morto. E io non gli ho mai fatto visita neppure in vita.
[to be - or not to be - continued]





