Non e' che non volessi scriverti. E' che in generale non scrivo piu', risucchiato come sono dalla quotidianita', faticosa e routinaria.
Ci ho pensato spesso, sai. Anche E. me lo ha (ri)chiesto qualche volta: perche' non ne scrivi. O meglio: perche' non ti scrivo.
Non saprei perche' non l'ho fatto, neanche in separata sede.
Paura del confronto forse, fra l'ora e il poi. O quello fra me e te. Ora e' facile, non ce n'e' ancora praticamente, di confronto.
E' unidirezionale, come atomi d'aria sparati nella galleria del vento addosso ad una forma particolarmente affusolata, facciamo una coupe' con basso coefficiente di resistenza aerodinamica.
Non me intendo molto di macchine, non mi piacciono. Fino a qualche anno fa non prendevo in considerazione mezzi che avessero piu' di due ruote, poi sappiamo come e' andata (ci starebbe quasi il link, eh. E tanto che ci siamo mettiamone un altro, tanto per autocitarsi ancora un po'. Tra l'altro, in quest'ultimo, si parla in un certo senso anche di te).
E adesso - pensa tu - sto valutando quale modello e' meglio prendere in funzione di noi non piu' due, in sostituzione della gloriosa peugeot tre porte che ci ha portato a spasso finora.
Quando sei arrivata, Eluana Englaro stava per andarsene. In quei giorni frenetici, avanti e indietro all'ospedale, saltavo fortunatamente l'appuntamento coi media tradizionali, in cui un caso umano e intimissimo come la (non)vita di una figlia diventatava un bieco scontro politico e/o ideologico. Cercavo di farmi un'idea da solo, magari leggendo qua e la' sul web.
E pensavo: sei arrivata, sei l'esempio trionfante della vita. Ma quella, intendo quella di Eluana - e per riflesso quella di Beppino Englaro - si poteva definire vita? Qualcuno - un Ferrara, o un esponente del clero, uno a caso - avrebbe potuto prenderti come manifesto tangibile e commovente per i diritti umani, gli stessi che qualcuno - un Ferrara, o un esponente del clero, uno a caso - pretende di imporre anche a chi non la pensa allo stesso modo.
Io invece non ti ho preso come manifesto. No, ti ho preso e basta, in braccio, avvolta in quella specie di copertina ospedaliera, che chissa' quanti cicli avvolgimento - sterilizzazione aveva gia' fatto.
E ho pensato che eri un po' troppo scoperta - copertina a parte - per le brutture del mondo: enrico papi e i bestseller, i nani da giardino e quelli a reti unificate, le magliette dentro ai pantaloni (cit.), le oblique pisciate canine sull'asfalto fra le quali dover fare zig-zag col passeggino e tanto altro che non mi veniva al momento in mente, preso com'ero dall'affanno di tenerti bene, che' io una cosina cosi' piccola prima di allora non l'avevo ancora maneggiata.
Poi siamo usciti, tutti e tre in una radiosa mattina invernale. Il cielo, dopo giorni di pioggia, s'era messo l'abito buono, quello azzurro e noi avevamo studiato alla perfezione il piano per portarti a casa. Ma il piano si limitava al rientro: una volta varcata la porta, abbiamo dovuto talvolta sottostare alla logica inafferrabile dell'improvvisazione, jam session di punti interrogativi sopra le occhiaie di fronte ai tuoi a solo a pieni polmoni.
Son passati un po' di mesi da allora, ho iniziato a conoscerti e tu a conoscere noi. Questa sera in mezzo al marasma dei brindisi, in braccio a E. il tuo piccolo volto assonnato e sconcertato si distendeva - no, sorrideva proprio - quando incrociava la mia faccia, tutta presa a deformarsi in ridicole espressioni per farti sorridere, dimenticare il frastuono, il sonno e infine anche questi dentini, che tutti ne parlano, ma io non li ho mica ancora visti.
E quando arrivo da lavoro e agiti le gambette in braccio a mamma, o mi rivolgi un sorriso sdentato o, volendo, un sorriso contornato di temibile sabbiolina al pesto + omogeneizzato al coniglio, mi viene da credere che le brutture spariscono di fronte a cotanto entusiasmo (io uso definirlo "immotivato", ma so bene che non lo e') e se non spariscono completamente, ecco, faro' in modo di riderne con te, perche' lo sappiamo che quello che ci fa ridere non ci puo' far paura.